Forza del Popolo: movimento essenzialmente rivoluzionario

03RIVOLUZIONE DEL POTERE IN SERVIZIO

Forza del Popolo non condivide l’odierna tripartizione sostanziale dei poteri dello Stato in cui si è annidata concettualmente la legittimazione dell’idea che vi sia superiorità del potere statale a scapito delle libertà individuali e della concreta tutela della dignità umana.

Dai tre poteri, intesi come poteri arbitrari e irresponsabili, sono sorte le tre caste che tengono sotto scacco il popolo. La commistione, spesso, con la criminalità organizzata, con le massonerie o con l’antimafia di facciata, ha reso molte flacide mosche forti come calabroni.

Forza del Popolo, aderendo sul piano costituzionale al principio formale della tripartizione delle funzioni dello stato, contesta la manifestazione sostanziale attuale del “potere” dello stato, caratterizzato da continue e sempre più gravi degenerazioni di un potere abile a preservare se stesso, senza conseguire l’obiettivo posto alla radice della sua funzione.

Responsabilità sono da imputare alla Magistratura per avere consentito al malaffare, alla corruzione e alla criminalità di fiorire all’ombra delle leggi e per avere rallentato l’opera di verità e di giustizia di moltissimi magistrati impegnati in prima linea, a rischio della propria stessa vita. La magistratura non di rado è sfociata nell’arbitrio, nell’inedia, nell’irragionevolezza, nell’irresponsabilità.

Non si cancella dalla memoria che nel 2012 la Corte Costituzionale, composta per lo più da magistrati, ha deciso che il blocco degli stipendi e degli scatti di anzianità, disposto dalla Legge 30 luglio 2010, n. 122 nei confronti di tutti i dipendenti pubblici, non si applicasse ai magistrati. Il legame consociativo, che unisce le caste tra loro, ha poi esteso il trattamento ai superburocrati, cioè ai dirigenti pubblici con redditi superiori a novantamila euro annui7.

Il Governo, nella burocrazia ottusa, parassitaria ed ostile, è stato sin qui essenzialmente impegnato a spremere il popolo come un limone, con l‘imposizione forzosa di imposte, tasse e gabelle di ogni genere. Parimenti, per rendere concreti i servizi al cittadino, il Governo ha affidato le entrate pubbliche, sofferta spremitura del popolo, a veri e propri comitati d’affari. Così scuole, ospedali, mezzi pubblici, autostrade, beni pubblici in genere, sono divenuti l’oggetto delle speculazioni illecite più scandalose della nostra storia, infine determinandosi altissimi costi e servizi inefficienti o fallimentari.

La classe politica, in cui si concretizza la rappresentanza del popolo e il potere legislativo, ha sin qui sguazzato nella corruzione, nell’inganno e nella sopraffazione del popolo, con una produzione legislativa pletorica, lobbistica ed indecifrabile in cui, come sintetizzato da un adagio cinese, “le leggi sono come tele di ragno: le mosche vi si impigliano, i calabroni le attraversano“.

Un sistema di “raccomandazione scientifica” ha consentito l’ingresso nei ruoli dello Stato o nelle libere professioni di molte persone inadatte, a scapito spesso delle persone perbene, mentre chi è perbene ha trovato ostacoli alla propria carriera, puntualmente superato da colleghi a cui l’appellativo “perbene” non appartiene. A ciò si è riferito anche a più riprese Raffaele Cantone quando ha osservato che è persino evidente che chi è perbene non fa carriera nella pubblica amministrazione8. Addirittura, si percepisce in Italia che vivere onestamente sia inutile, quasi ad essere un limite funzionale9.

I parlamentari sono il capolavoro assoluto del sistema, con riti elettorali che hanno ripristinato il carattere elitario della rappresentanza politica, definitivamente sganciata dall’appartenenza ad un dato territorio.

Gli “onorevoli” hanno dimenticato sempre più spesso di essere rappresentanti della sovranità popolare e si sono impegnati a godersi senza misura le proprie indennità ed i relativi benefits, decisi dagli stessi parlamentari.

In pratica, in Parlamento il goloso e il gelataio coincidono nella stessa persona.

Si tratta, in definitiva, di un sistema perfettamente autoreferenziale fondato sul potere, quindi da abbattere. Ciò perché “potere” è – anzitutto – un termine anticristiano, concetto pericoloso in sé stesso e non meritevole di consacrazione costituzionale.

Del resto, la Costituzione italiana, anzitutto, afferma la più alta dignità del popolo, che viene indicato come “popolo sovrano”, a cui appartiene la sovranità9. Tale potere sovrano deriva dalla Costituzione, essenzialmente non solo perché è scritto sulla carta, ma perché la medesima Costituzione è stata scritta in nome del popolo, per volere del popolo, con il sangue e la sofferenza del popolo.

Pertanto, il legislatore della Costituzione è ancora vivo, non è mai morto, perché il popolo precede la legge ed è sempre pronto a rovesciare il tavolo e a riscrivere le regole come e quando vuole.

La forza del popolo, in tal senso, è dirompente e non conosce ostacoli.

La forza del popolo non è da associare soltanto alla ghigliottina, bensì soprattutto nella caduta dei muri e alla costruzione di ponti, quindi la forza del popolo va intesa come forza motrice della storia, a volte brutale, altre salvifica, ma sempre secondo un destino non scritto, in cui Forza del Popolo vuole interpretare il suo ruolo dalla parte del popolo, a partire dagli ultimi, dai poveri, dagli indifesi.

Quando Gesù venne condotto davanti al povero Ponzio Pilato per essere processato, quest’ultimo gli disse: “Ma non capisci che ho il potere di metterti in libertà ed il potere di metterti in croce?” – e Gesù rispose in modo sibillino – “Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande“.

Sembra che Gesù abbia inteso condannare le fondamenta stesse dei sistemi di governo strutturati sulla violenza e sul comando.

Chi si trovava al di sopra di Pilato se non Cesare stesso? Gli attuali sistemi politici continuano a fondarsi sulla violenza e sul comando e tengono in schiavitù miliardi di persone, privandole della possibilità stessa di vivere serenamente la propria esistenza e costringendole, in Italia anche mediante un sistema impositivo spietato ed ingordo, alla mera sopravvivenza fisica ed alla ricerca estenuante e non decorosa dei mezzi di sostentamento.

Ecco perché nel III millennio più che di “potere” o di “poteri” occorrerà affermare finalmente il servizio a cui sono chiamati i funzionari dello Stato; l’umiltà e lo spirito di servizio. Alla domanda di un giornalista «Ma chi glielo fa fare?», il magistrato siciliano Giovanni Falcone ha risposto, poco prima di morire, “Soltanto lo spirito di servizio“. Peraltro, lo spirito di servizio qualifica il comportamento autenticamente cristiano. Nel Vangelo Gesù esorta al buono spirito di servizio: “i capi delle nazioni dominano su di esse ed i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra di voi: ma colui che vorrà diventare grande tra di voi, si farà vostro servitore, e colui che vorrà essere il primo tra di voi si farà vostro schiavo10.

Un’esortazione concreta, manifestata con la lavanda dei piedi, in cui Gesù dice: “Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi11.

Gesù, quindi, ha con autorità eradicato la legittimazione del potere e imposto alla coscienza il dovere di servizio.

Se Giovanni Falcone affermava di sé di essere un umile servitore dello stato mosso soltanto da spirito di servizio, e tutti glielo riconosciamo, possiamo dire che il giudizio del popolo su tanti pezzi dello Stato possa essere analogo?

Se lo Stato fosse animato da spirito di servizio e non dal potere, immediata conseguenza sarebbe che l’obbligo dei funzionari dello Stato di svolgere le proprie funzioni umilmente, lontane dal profilo di potenti, di persone di potere, bensì come espressione credibile di servitori dello Stato.

Non possono e non devono esistere condizioni di potere, bensì devono legittimarsi persone che, in forza di specifiche attribuzioni e in linea con ben precisi limiti, vengano chiamate a svolgere i servizi che lo Stato deve garantire al popolo sovrano.

La responsabilità del funzionario dello Stato, inscindibilmente connessa al controllo del suo operato, deve essere il primo corollario fondamentale del rapporto di servizio tra Stato e dipendente pubblico.

Il dipendente dello Stato non sarà mai una persona di potere, bensì di servizio. Quale responsabilità può mai accettare il “potere”?

Per evitare che il servizio degeneri in potere, i servizi dovranno avere durata transitoria, mai permanente, proprio per escludere consolidamenti di condizioni di spiccate facoltà decisionali.

7Sentenza della Corte Costituzione n. 223 dell’11 Dicembre 2012.

8Raffaele Cantone, presidente dell’Authority anticorruzione al Sermig di Torino, 27.10.2015.

9Piercamillo Davigo, presidente della Associazione Nazionale Magistrati.

9L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione – Articolo 1 della Costituzione Italiana.

10Matteo 20,25-27.

11Giovanni 13,12-15.

01 – LEGITTIMITA’ DEL MOVIMENTO RIVOLUZIONARIO

Già nel XVI secolo1 fu affermato il diritto del popolo di ribellarsi nel caso in cui l’istituzione che detiene il potere fosse divenuta sua nemica.

Per il britannico John Locke, “Contro la tirannia come contro ogni potere politico che ecceda ai suoi limiti e ponga l’arbitrio al posto della legge, il popolo ha il diritto di ricorrere alla resistenza attiva e alla forza. In questo caso la resistenza non è ribellione perché è piuttosto la resistenza contro la ribellione dei governanti alla legge e alla natura stessa della società civile. Il popolo diventa giudice dei governanti e in qualche modo si appella allo stesso giudizio di Dio2.

Concetto analogo è stato affermato dallo statunitense Henry David Thoreau nel libello “disobbedienza civile“: “Tutti gli uomini riconoscono il diritto alla rivoluzione, quindi il diritto di rifiutare l’obbedienza, e d’opporre resistenza al governo, quando la sua tirannia o la sua inefficienza siano grandi ed intollerabili“.

Il russo Lev Tolstoj dal canto suo ammoniva: “Vero che noi non siamo responsabili dei misfatti dei governanti, ma siamo responsabili dei nostri misfatti, e quelli commessi dai nostri governanti divengono nostri se, sapendo che sono misfatti, noi partecipiamo al loro compimento“.

Non si può negare che l’odierno sistema politico-istituzionale italiano, oltre la coltre della sua apparente democraticità, stia devastando intere fasce della popolazione ed abbia abbandonato il meridione alla desolazione.

I governi e le classi dirigenti oggidì si appoggiano non sul diritto, neanche sopra una parvenza di giustizia, ma sopra una organizzazione così ingegnosa, grazie ai progressi della scienza, che tutti gli uomini sono presi in un cerchio di violenza dal quale non hanno alcuna possibilità di uscire3.

Contro un simile stato, sia come “stato delle cose” che come “Stato politico”, Forza del Popolo intende reagire energicamente.

Forza del Popolo s’interroga da tempo su cos’altro debba subire il popolo affinché reagisca, fin dove possano spingersi i segni dello sfacelo affinché il popolo si desti e riappropri del suo destino.

A tale interrogativo non segue alcuna risposta, poiché il movimento non attende né guerre né totalitarismi affinché abbia luogo una ri-Costituente democratica, cioè la ricostruzione dalle fondamenta della Repubblica italiana.

Una ricostruzione resa necessaria dal collasso della democrazia, naufragata tra le onde di una – a tratti – indecifrabile dittatura soft, costruita silenziosamente all’interno delle maglie democratiche, i cui frutti di fame e di miseria non sono dissimili da quelli di un conflitto bellico che si perpetua da decenni.

I partiti tradizionali hanno perduto la loro ragione d’essere e appaiono più dei comitati d’affari che centri di rappresentanza della sovranità popolare.

Per il francese Georges Sorel, teorico del sindacalismo rivoluzionario, “Uomini d’affari e politicanti non sanno niente della produzione, e tuttavia si ingegnano per imporsi ad essa, mal dirigerla e sfruttarla senza il minimo scrupolo: ritengono che il mondo rigurgiti di ricchezze abbastanza perché si possa comodamente derubarlo, senza sollevare troppo gli strepiti dei produttori; tosare il contribuente senza che questi si rivolti: ecco l’arte del grande uomo di Stato e del grande uomo d’affari. Hanno una scienza tutta particolare per fare approvare le loro furfanterie dalle assemblee deliberanti; il regime parlamentare è truccato allo stesso modo delle riunioni di azionisti. Probabilmente è per via delle affinità psicologiche, derivanti da questi modi di operare, che gli uni e gli altri si intendono in maniera tanto perfetta: la democrazia è il paese della cuccagna sognato da uomini d’affari privi di scrupoli4. Sono passati più di cent’anni da quando Sorel descriveva la “sua” realtà, che è anche ed ancora la “nostra”. Sono passati cent’anni ed esattamente non è cambiato niente. Noi di Forza del Popolo non ci arrendiamo, non fuggiamo alla ricerca della libertà, ma vinceremo per la nostra libertà.

Forza del Popolo, quindi, alla “critica dello stato” affianca l’idea rivoluzionaria di ricostruzione dello Stato dalle sue fondamenta. Perciò, la vocazione di Forza del Popolo è eminentemente rivoluzionaria.

1In particolare dai filosofi Grozio e Althusius, e poco dopo da Locke.

2John Locke – Two Treatises of Government, II, 19, 241.

3Lev Nikolàevič Tolstòj, Il regno di Dio è dentro di voi.

4Georges Sorel, Riflessioni sulla violenza, Cap. VIII La morale dei produttori.

pertini

Rispondi