Agrigento: parità tra sindaci che vogliono l’acqua pubblica e sindaci renziani

In ogni caso è una secca sconfitta per i renziani siciliani – per il sottosegretario Davide Faraone in testa – e per l’assessore regionale, Vania Contraffatto, se è vero che l’Assemblea territoriale idrica dei sindaci della provincia di Agrigento ha approvato uno statuto che non ha nulla a che vedere con le idee liberiste degli stessi renziani. Finisce in parità – 20 voti a testa – tra i due candidati (uno mezzo renziano e l’altro favorevole alla gestione pubblica dell’acqua).  

E’ finita alla pari, ieri, la partita tra chi, ad Agrigento e provincia, vuole tornare alla gestione pubblica dell’acqua e chi, invece – ora alla luce del sole, ora sottobanco – vuole portare i sindaci dell’Agrigentino sotto l’ala di Renzi.

Per la cronaca, la provincia di Agrigento è l’unica in Italia che sta provando ad opporsi alla prepotenza del Governo Renzi, che punta ad affidare ai privati la gestione dell’acqua, calpestando il risultato del Referendum del 2011, quando gli italiani, in massa hanno votato per il ritorno all’acqua pubblica.

(Se ne volete sapere di più su come stavano le cose fino a prima dell’appuntamento di ieri leggete qui).

Per capire quello che è avvenuto ieri nel corso dell’assemblea dei sindaci di questa provincia dobbiamo fare qualche passo indietro.

Nei primi anni del 2000, grazie a una legge nazionale demenziale voluta dal centrodestra di Silvio Berlusconi, si decide che l’acqua verrà gestita dai privati.

E’ una legge stupida – o se si preferisce, scorretta – perché, come proveremo a illustrare, dà certezze ai privati, ma non dà alcuna certezza al popolo italiano.

In Sicilia viene creata una società – Sicilacque spa (con i privati in maggioranza e la Regione siciliana in netta minoranza) – alla quale tutti gli enti pubblici dell’Isola debbono consegnare gli impianti idrici.

La Regione consegna tutti gli impianti in comodato gratuito a Siciliacque per 30 anni (dighe e acquedotti realizzati con le tasse pagate dai siciliani!). In cambio Sicilacque e, in generale, i privati che verranno chiamati a gestire il servizio idrico in ognuna delle nove province dell’Isola, dovrebbero sistemare gli stessi impianti e rifare le reti idriche di tutti i Comuni.

L’aspetto più incredibile di questa storia è che Sicilacque – società di sovrambito – venderà ai siciliani l’acqua che è già dei siciliani!

Ma c’è chi non vuole cedere le proprie reti idriche.

Agrigento è una delle province dove si verifica la ribellione ai privati. Sono 17 i Comuni dell’Agrigentino che si rifiutano di consegnare le reti e gli impianti idrici. Mentre gli altri 27 Comuni si accodano.

Sempre le la cronaca, nei 17 Comuni dove l’acqua è stata gestita dai Comuni, le bollette non sono aumentate e il servizio idrico ha funzionato.

Nei 27 Comuni dove i sindaci hanno ceduto le reti idriche e gli acquedotti il servizio idrico – gestito dai privati di Girgenti Acque – il servizio, è il caso di dirlo, ha fatto acqua da tutte le parti: bollette ‘salate’, polemiche sui contatori, depuratori delle acque in tilt.

Nel frattempo i Governi regionali di Raffaele Lombardo e di Rosario Crocetta hanno provato ad ‘addomesticare’ i Comuni ribelli. Con risultati fallimentari.

Il Governo Lombardo ha mandato decine di commissari. Che sono stati messi alla porta.

Da un po’ di tempo ad ‘ammansire’ i Comuni ‘ribelli’ ci stanno provando anche i renziani del PD. Ci sta provando l’assessore regionale Vania Contraffatto, ovviamente renziana. Che fino ad ora ha ‘accucchiato’ – come si usa dire dalle nostre parti – solo magre figure.

L’ultima brutta figura è di ieri.

Ieri – e siamo arrivati alla cronaca – si è riunita l’Assemblea territoriale idrica. In pratica, i sindaci della provincia di Agrigento. Dovevano essere tutt’e 43 i sindaci. Ne mancavano 2. Quindi erano in 41.

Ufficialmente, la ‘riunificazione’ dovrebbe portare alla gestione pubblica dell’acqua, dando un bel calcio nel sedere al Governo nazionale di Matteo Renzi e un ‘calcetto’ nel sedere ai renziani siciliani.

E il Governo siciliano? Benché ufficialmente il presidente della Regione, Rosario Crocetta, dovrebbe schierarsi con Renzi e quindi con l’assessore Contraffato e i renziani siciliani, di fatto non è così: perché sottobanco – così si sussurra – Crocetta vorrebbe fare lo sgambetto al sottosegretario Davide Faraone, leader dei renziani siculi e all’assessore Contraffatto.

In effetti, ieri, la prima ‘sberla’ – politica, s’intende – Faraone e l’assessore Contraffatto hanno dovuto ‘incassarla’ in silenzio.

L’Assemblea territoriale dei sindaci della provincia di Agrigento ha approvato lo statuto dell’Ambito Territoriale Idrico di questa provincia. Lo statuto che Faraone e l’assessore Contraffatto avrebbero voluto imporre ai sindaci di questa provincia è stato ‘cassato’. Ne è stato approvato un altro.

Una secca sconfitta politica per Faraone, per l’assessore Contraffatto e, in generale, per i renziani del PD.

Sconfitta brutta, perché significa che il PD renziano, ad Agrigento e dintorni, conta quando il due di coppe con la briscola a denari.

Poi si è passati all’elezione del presidente, figura centrale.

Ricordiamoci che i sindaci che hanno consegnato le reti ai privati sono 27, mentre i sindaci che si sono ribellati sono 17.

Il candidato dei sindaco ‘governativi’ era Emilio Messana, primo cittadino di Racalmuto.

Il candidato dei sindaci ‘ribelli’ era Enzo Lotà, primo cittadini di Menfi.

La votazione è finita in parità: 20 voti per Messana, 20 voti per Lotà e un astenuto.

Anche in questo caso, siamo davanti a una sconfitta dei renziani del PD, cioè dello schieramento politico che vuole far gestire l’acqua dai privati.

Anche se, in realtà, la sconfitta avrebbe potuto e dovuto essere netta, con la vittoria dei sindaci dell’Agrigentino che si battono per la gestione pubblica dell’acqua.

Si tornerà a votare la prossima settimana.

Sarà interessante capire come reagiranno Faraone e l’assessore Contraffatto, che sono i veri sconfitti di questo primo passaggio politico.

In ogni caso, la vittoria dei fautori dell’acqua pubblica si annuncia dura, perché i renziani e i comitati di affari che stanno dietro alla gestione privata non molleranno tanto facilmente la presa.

La partita è aperta, anche se lo statuto è un passo importante. Ma lo statuto conterà poco se la gestione finirà a un sindaco renziano.

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