Astensione tra legittimità e strumentalizzazioni

Nella mia incoercibile libertà personale posso liberamente decidere di sottrarmi alla disputa politica di una o più questioni, perché – ad esempio – non abbraccio né l’una opzione referendaria né l’altra, o perché – nella autentica pugna politica – ritengo di non voler contribuire al raggiungimento del quorum, che esiterebbe il risultato che non gradisco. Conseguentemente, l’opzione dell’astensione è sul piano individuale, e della lotta politica in generale, senza dubbio legittima, anzi moralmente inattaccabile.

Matteo Renzi e Giorgio Napolitano resteranno alla storia per molti motivi. Dopo il referendum del 17 aprile 2016 saranno ricordati anche per avere sfacciatamente invitato i cittadini a disertare le urne. Un invito rivolto apertamente, senza mezze misure, accompagnato dalla stigmatizzazione dell’iniziativa dei nove consigli regionali che hanno promosso il referendum. Come se non bastasse, dopo il voto, a quorum non raggiunto, Renzi si è spinto oltre, esultando per l’astensione, quasi avesse appena ricevuto l’ennesima legittimazione. Già. Per lui, che non è stato eletto in Parlamento e che da inquilino abusivo occupa la stanza dei bottoni, il voto è un’impasse, un cul-de-sac, perché ricorda a tutti chi è e come è arrivato al Governo del Paese e perché sa che con le elezioni vere ritornerebbe – se gli riesce – a fare il sindaco di Firenze.

Per alcuni, su tutti Carlo Sibilia del M5S (ma non solo), Renzi e Napolitano, il primo in qualità di Presidente del Consiglio dei Ministri, il secondo in qualità di senatore a vita, non avrebbero potuto istigare i cittadini all’astensione, così violando una norma che prevede per tali condotte addirittura il carcere.

Da più parti si è richiamata la Legge n. 352/1970 sui referendum, con tanto di esposti e denunce rivolte a varie procure della Repubblica. Vedremo se Renzi e Napolitano saranno processati.

Senza addentrarmi nel merito della norma penale, nel ragionamento sono tentato di partire da più lontano, come ho avuto modo di scrivere tra i colleghi di Giuristi Democratici qualche giorno prima del voto. Anche perché la semplicioneria con cui alcuni parlamentari affermano alcuni principi, radicalmente in antitesi rispetto al nobile fine che si dice di volere affermare, va smontata con il ragionamento, con la logica, con la coerenza tra principi dichiarati e fini da raggiungere.

Il ragionamento è presto fatto.

Caposaldo della democrazia è (o dovrebbe essere) la libertà di coscienza, espressione della incoercibile libertà personale. Dato per condiviso questo fondamentale, su cui penso siamo tutti d’accordo, il resto vien da sé.

Nella mia incoercibile libertà personale posso liberamente decidere di sottrarmi alla disputa politica di una o più questioni, perché – ad esempio – non abbraccio né l’una opzione referendaria né l’altra, o perché – nella autentica pugna politica – ritengo di non voler contribuire al raggiungimento del quorum, che esiterebbe il risultato che non gradisco. Conseguentemente, l’opzione dell’astensione è sul piano individuale, e della lotta politica in generale, senza dubbio legittima, anzi moralmente inattaccabile.

Chi mai potrebbe impormi di andare a votare al referendum su due opzioni che riterrei entrambe non gradite?
Per inciso, riferimento il mio puramente astratto e non legato a quello del 17 aprile.

Altro conto sembrerebbe la campagna per l’astensione condotta da “autorità politiche o istituzionali”, che ha fatto gridare allo scandalo, con piogge di denunce. La questione, per me, è solo apparente. Difatti, l’esponente politico che propagandi l’opzione dell’astensione ha la medesima dignità di chi propagandi le altre due opzioni referendarie.
Non vedo differenza.

Finché, quindi, non si traduca in coercizione (costrizione letterale) la propaganda per l’astensione, come ogni altra, non può essere ricondotta alle fattispecie penali riferite da alcuni parlamentari. Per me sarebbe una forzatura se passasse l’idea che la propaganda per l’astensione attuata da “cariche” fosse illegittima, poiché di fatto dovremmo inibire ogni carica dalla partecipazione al dibattito politico, riducendole a “burocrazia pura”, prive cioè di visione politica, che è l’esatto opposto delle Istituzioni democratiche, sempre chiamate ad esprimere un giudizio politico da porre all’attenzione dell’opinione pubblica, affinché l’elettorato possa confermare o bocciare alle successive elezioni quei soggetti che non aderiscono alla volontà popolare. Ne risultano, in definitiva, investiti non solo la libertà individuale ma il concetto stesso di sovranità popolare e quello di responsabilità politica.

Ciò è tanto vero che Matteo Renzi, propugnando l’astensione, si è giocato quanto meno quindici milioni di voti, praticamente la carriera politica.

Molto più grave, e qui la denuncia andrebbe fatta per associazione per delinquere finalizzata all’eversione dell’assetto democratico, è stato il gioco sporco della Rai e di moltissimi giornalisti, che hanno messo in campo un’operazione di pura disinformazione, una certosina propaganda per l’astensione, attuata a tutto spiano da persone pagate per essere servizio pubblico e non per fare da megafono a Renzi e Napolitano e agli interessi dei petrolieri.

In definitiva, l’astensione è sempre legittima, l’invito all’astensione pure, anche perché Renzi ha compreso che alle prossime elezioni partirà da almeno “meno quindici milioni di voti” rispetto agli altri fronti, con un partito spaccato e alleanze improbabili con Alfano e Verdini.

Mentre alcuni giornalisti andrebbero cacciati da Mamma Rai e radiati dall’Ordine, per avere mancato ai doveri nei confronti dell’ente datoriale e di professionale ossequio delle basilari regole deontologiche.

Lillo Massimiliano Musso

Rispondi