Attentato alla Costituzione? Se slitta il referendum è la fine dello Stato di diritto

di Lillo Massimiliano Musso

Se dovesse slittare il referendum di ottobre 2016 (rectius 4 dicembre) sulla riforma costituzionale, come ipotizzato da Matteo Renzi e pubblicato da La Stampa, scatteranno le nostre denunce penali. L’ordine costituzionale non è un concetto astratto, ma è lo Stato in sé stesso. Attentare all’ordine democratico implica conseguenze immediate, quali anzitutto l’arresto. Si tratta di un delitto contro la personalità dello Stato che prevede la reclusione non inferiore a cinque anni, ai sensi dell’art. 283 del codice penale (come modificato dalla legge 11 novembre 1947, n. 1317 e dalla legge n. 85/2006, art. 3).

Art. 283 del codice penale
Attentato contro la costituzione dello Stato
“Chiunque, con atti violenti, commette un fatto diretto a mutare la costituzione dello Stato, o la forma del Governo, è punito con la reclusione non inferiore a cinque anni”.

La formulazione del nuovo art. 283 del codice penale è frutto di una legge berlusconiana e crea un’area ideologica di impunità, superabile con un’interpretazione costituzionalmente orientata.

Difatti, prima della modifica del 2006, il reato era perfezionato da chiunque «commette un fatto diretto a mutare la costituzione dello Stato, o la forma del Governo, con mezzi non consentiti dall’ordinamento costituzionale dello Stato». La pena non poteva essere inferiore a 12 anni.

Secondo il vecchio testo dell’art. 283 del codice penale oggi nessuno si permetterebbe di ipotizzare lo slittamento del referendum, dovendo fare i conti con la magistratura. Difatti, sarebbe bastato un solo Pubblico Ministero per creare un evidente imbarazzo istituzionale.

La formulazione odierna, però, riconduce l’attentato alla Costituzione all’uso della violenza. L’ennesima prova che Renzi è la continuità di Berlusconi, anche dal punto dell’evoluzione costituzionale italiana.

Tuttavia, secondo un’interpretazione costituzionalmente orientata, il concetto di violenza negli anni si è esteso dalla mera manata in faccia all’uso della propria autorità per determinare una costrizione morale. Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno affermato principi fondamentali sul concetto di violenza, che non è da intendere più soltanto nel suo profilo fisico, bensì va esteso a qualunque dinamica immateriale idonea a determinare un risultato altrimenti raggiunto con la pretesa fisica.

Ecco allora che l’eventuale slittamento del referendum potrebbe connotarsi come atto di violenza immateriale, attuato da un’Autorità che esercita per fini propri personali un potere, con il fine di contrastare e battere, fuori dagli schemi democratici e costituzionali, altri cittadini che lo oppongono politicamente. In pratica, lo slittamento deriverebbe da un provvedimento, il quale si configurerebbe come atto di violenza immateriale nei confronti di coloro che attraverso il referendum, previsto espressamente dalla Costituzione, intendono partecipare democraticamente alla vita politica del Paese. Tale atto violento, frutto di uno spregiudicato uso delle funzioni pubbliche, colpirebbe i beni della vita consistenti nella libera partecipazione democratica del cittadino verso l’individuazione della forma costituzionale ritenuta migliore rispetto alle varie opzioni messe in campo. Quindi, tecnicamente il provvedimento di slittamento del referendum è un atto di violenza morale nei confronti dei cittadini, dei comitati per il No, della personalità dello Stato in sé.

D’altra parte, se non si celebra il referendum la riforma costituzionale cade.

Di certo, Matteo Renzi sta dimostrando per l’ennesima volta di non avere alcuno spirito democratico; per l’effetto, poiché è il segretario politico del Partito Democratico, possiamo concludere che il Partito Democratico non è un partito democratico. Un ossimoro? No! La pura e semplice realtà che si pone ai nostri occhi.

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