Chiamiamo le cose con il loro nome

di Diego Fusaro

Chiamare le cose con il loro nome è il primo gesto di ogni pensiero rivoluzionario. E chiamare le cose con il loro nome, oggi, significa principalmente riappropriarsi delle categorie e delle parole che ci permettono di vedere la realtà senza maschere e senza finzioni. Occorre, in altri termini, avere contezza del fatto che le grammatiche che attualmente impieghiamo per cartografare il reale non sono neutre. Sono, al contrario, dense di ideologia.

Più precisamente, sono categorie ritagliate su misura dall’aristocrazia finanziaria oggi dominante per rinsaldare anche a livello simbolico il proprio dominio. Cioè per fare sì che, mediante la narrazione egemonica, i dominati accettino serenamente l’ordine vigente: ossia l’ordine fondato ab intrinseco sulla asimmetria tra servi e signori, tra sfruttati e sfruttatori, tra oppressori e oppressi. Se si vogliono invertire le esiziali tendenze dominanti occorre, dunque, riprendersi tutto: a partire dalla lingua e dalle categorie del pensiero. Occorre tornare, senza esitazione, a parlare di sfruttamento in luogo della rassicurante categoria di precarietà, ad esempio. Bisogna, poi, apertamente chiamare la sempre incensata globalizzazione per quello che realmente è: possibilità per i dominanti di sfruttare più intensamente i dominati grazie alle leve del dumping salariale e del gioco a ribasso nei diritti dei lavoratori mediante la competitività planetaria. Bisogna, non in ultimo, chiamare l’immigrazione di massa “deportazione di massa” con cui i dominanti sfruttano più efficacemente migranti e autoctoni ponendoli in competitività. Insomma, è necessario che ci affranchiamo il prima possibile delle categorie dei dominanti e che torniamo a dotarci di categorie nostre, in grado di smascherare il dominio dei dominanti.

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