Ciampi, pace all’anima sua. Ma non dimentichiamo il ‘divorzio’ tra Banca d’Italia e Tesoro. E il 1992…

Editoriale di TimeSicilia

Facciamo nostro l’editoriale di TimeSicilia, che perfettamente ricostruisce la responsabilità di Carlo Azeglio Ciampi su scelte politiche tecnicamente eversive, per avere aggirato la funzione del Parlamento, attraverso cui siamo arrivati ai giorni nostri.

A noi Carlo Azeglio Ciampi non è mai piaciuto. Come raccontiamo qui, non ha certo favorito il sistema creditizio della Sicilia. Anzi. Ma ci sono altre scelte che non ci convincono. Come il ‘divorzio’ tra Banca d’Italia e Tesoro, del 1981 (decisione adottata con l’allora ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta). O l’incredibile storia della ‘banda larga-banda stretta che nel 1992 creò le condizioni pe run feroce attacco alla Lira da parte degli speculatori (George Soros in testa)   

Bisogna avere sempre rispetto per la grande consolatrice. Ma per provare a far passare Carlo Azeglio Ciampi per un padre della patria, beh, ci vuole una bella faccia tosta! Ciampi, nel 1981, insieme con l’allora ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, non ha certo contribuito a migliorare le sorti dell’economia italiana. Tante delle storture di oggi – accentuate da una fallimentare, massonica e truffaldina Unione Europea dell’Euro, sono figlie di una decisione dissennata adottata nel 1981 da Ciampi e Andreatta: il ‘divorzio’ tra Banca d’Italia e Tesoro.

A un certo punto nel 1981, il ministro Andreatta decide che la Banca d’Italia, che allora era ancora la banca nazionale di emissione della moneta sovrana – cioè della Lira – avrebbe lasciato lo Stato italiano nelle mani delle banche private. E’ questo il passaggio passato alla storia come ‘divorzio’ tra Banca d’Italia e Tesoro.

“Era il luglio del 1981 – scrive Pietro Valerio – quando, su proposta di legge del ministro del Tesoro Beniamino Andreatta, Banca d’Italia non entrò più nelle aste primarie di collocamento dei titoli di Stato come prestatore di ultima di istanza (per comprare i titoli di Stato invenduti, o calmierare le aste nel caso in cui le offerte degli investitori privati fossero state troppo basse) lasciando campo libero alle banche private, agli operatori e agli speculatori finanziari che come ampiamente prevedibile cominciarono a scannarsi alla ricerca del maggiore rendimento (che raggiunse in quegli anni livelli assurdi superiori al 12%, mentre oggi l’Italia rischia il default con un misero 7%)”. (qui potete leggere per intero le considerazioni di Pietro Valerio).

Andreatta giustificò la sua mossa spiegando che puntava a interrompere la politica dei soldi facili. Avrebbe voluto ridurre il debito pubblico e l’inflazione per consentire all’Italia di entrare nei parametri dello Sistema Monetario Europeo (SME), ovvero l’anticamera di quell’inferno oggi chiamato Euro.

Il ‘divorzio della Banca d’Italia provocò l’esatto contrario: fu allora, infatti, che il debito pubblico italiano cominciò a crescere in modo incontrollato. Se oggi il debito pubblico è quello che è, ebbene, lo dobbiamo a questi due ‘geni’ dell’economia.

Di fatto, da quando la Banca d’Italia non è più intervenuta nelle aste primarie di collocamento dei titoli di Stato, l’Italia è finita nelle mani di banche private (alcune delle quali – ma questo si saprà soltanto nel 2005 – risulteranno essere le azioniste di riferimento della stessa Banca d’Italia privatizzata!) che, nel corso degli anni, inseguito a fusioni e incorporazioni, hanno cambiato nome: oggi si chiamano Banca Intesa, Unicredit, Monte dei Paschi di Siena.

Ma l’aspetto ancora più incredibile è che il nostro Paese è diventato oggetto delle ‘scorribande’ di banche internazionali che non si occupano di filantropia: ci riferiamo a Goldman Sachs, Morgan Stanley, JP Morgan, gli hedge funds e, in generale, gli speculatori finanziari. Tutti fattori che hanno fatto aumentare il debito pubblico.

Sarebbe comunque un errore pensare che Andreatta e Ciampi fossero degli ingenui che non conoscevano gli effetti del lor operato. Dietro il ‘divorzio’ tra Banca d’Italia e Tesoro c’era già un disegno politico ed economico, di stampo massonico, che avrebbe condotto l’Italia nell’attuale sistema Euro.

E’ difficile stabilire, oggi, se Ciampi e Andreatta fossero già allora a conoscenza dell’accordo che la Francia di Mitterand e la Germania di Kohl, qualche anno dopo, avrebbero stipulato sulla pelle dell’Italia.

In questo senso la testimonianza dell’economista Nino Galloni è fondamentale.

Su questa vicenda potete leggere anche questo articolo

Importante anche questa testimonianza

Da leggere anche questo scritto

Il ‘regalo’ di Ciampi alla Sicilia:

la vera storia della fine del Banco di Sicilia

di Giulio Ambrosetti

Questa mia inchiesta è stata censurata nel 2003. Era destinata al mensile Euromediterraneo della Fondazione Federico II . Presidente era il professore Carlo Dominici, docente universitario e protagonista di tante vicende legate al mondo del credito siciliano (come leggerete Dominici è stato amministratore del Banco di Sicilia) che apprezzò l’idea al punto di scriverne lui stesso una parte. 

Siamo nel periodo in cui Tremonti era Ministro dell’Economia da un anno del Governo Berlusconi 2001-2006. E da Ministro appena insediato aveva affermato, con coraggio, di aver trovato uno scenario nel quale il Sud si ritrovava privato di un sistema creditizio di riferimento. Opera dei massoni della Banca d’Italia, che per salvare le banche del Centro Nord Italia non hanno esitato a sacrificare il sistema creditizio meridionale. Questa è storia che può essere ascritta a tre personaggi: in testa Carlo Azeglio Ciampi, poi Antonio Fazio e, in terza battuta, Mario Draghi.

Si va alla ‘chiusura’ del mensile che arriva pure in tipografia. Ma viene bloccato prima della distribuzione. A Totò Cuffaro, all’epoca dei fatti presidente della Regione, gli articoli sul Banco di Sicilia non erano andati giù. E non erano piaciuti nemmeno a Forza Italia. Il numero di Euromediterraneo venne bloccato.

Noi siamo riusciti a salvarne un copia. E, oggi, nel giorno in cui si è spento Carlo Azeglio Ciampi, ve la riproponiamo per amore della verità. Perché non condividiamo gli attacchi feroci contro Ciampi arrivati da Salvini, ma ancor meno condividiamo le sviolinate dei media e di alcuni siciliani ( vi raccontiamo tutto qua) che, forse, non sanno che stiamo parlando di uno dei principali responsabili dell’annullamento del sistema creditizio siciliano e della truffa della vendita del Banco di Sicilia. 

Buona lettura a tutti.    

“LO SCIPPO: così è stata svenduta la banca dei siciliani” (Marzo 2003)

La denuncia è arrivata qualche mese fa dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti: il Sud d’Italia, ha affermato in sintesi il responsabile della politica economica del Governo, è rimasto privo di un sistema creditizio di riferimento. Non ci sono più banche con un forte radicamento nel Meridione, un’area del Paese che è stata ‘colonizzata’ dalle banche del Centro-Nord Italia. Si tratta, per lo più, di banche che rastrellano il denaro dei risparmiatori del Sud per andarlo ad impiegare in altre aree del Paese. La responsabilità di quanto accade ormai da anni, sempre secondo Tremonti, va ricercata nell’Italia della Prima Repubblica, e in particolare nella classe dirigente meridionale che non ha saputo tutelare il sistema creditizio del Mezzogiorno. In questo scenario si inseriscono le vicende, anzi, le vicissitudini del Banco di Sicilia, azienda di credito – un tempo gloria e vanto della nostra regione – che ormai fa capo ad una società quotata in Borsa, Capitalia, che poco o punto ha a che vedere con la Sicilia. Ma tant’è.

Il ‘caso’ Banco di Sicilia non manca di aspetti che, per certi versi, sono paradossali. Uno dei punti del programma dell’attuale Governo nazionale – è noto – è il rilancio della questione meridionale. Ed è altrettanto noto che nello stesso programma del Governo si punta alla realizzazione di grandi infrastrutture nel Sud, indispensabili, si dice, per avviare una politica di sviluppo in una zona nella quale, tradizionalmente, si concentra la disoccupazione. Questa è del resto la filosofia di Agenda 2000. Per la Sicilia si prevede una spesa pari a 18 mila miliardi e 600 milioni delle vecchie lire (quasi 10 milioni di euro) entro il 2006.

Ebbene, mentre si fa di tutto per dotare di infrastrutture il Sud, e in particolare l’Isola, nella nostra regione assistiamo al trasferimento a Roma dei centri decisionali del Banco di Sicilia. Operazione, questa, cominciata nei primi anni Novanta e in via di completamento proprio in questi mesi.

Sorgono spontanee alcune domande: il Banco di Sicilia, da sempre banca di riferimento per i siciliani, non è una infrastruttura fondamentale per una regione di oltre 5 milioni di abitanti? Anzi, non è una delle infrastrutture attorno alla quale dovrebbe ruotare la rinascita economica e sociale della Sicilia? E se è così, perché il BDS è stato sacrificato nell’interesse di altre banche?

L’INIZIO DELLA FINE

Grosso modo, si può dire che la crisi della più grande banca siciliana coincide con la fine della Prima Repubblica. Con l’esplosione di Tangentopoli il Banco non ha più l’ombrello politico. In Sicilia, come nel resto d’Italia, l’atmosfera è precaria. Una condizione di difficoltà che – questo va detto per inciso – riguarda un po’ tutto il sistema creditizio nazionale. A cominciare dal Banco di Napoli e dalla Banca di Roma i cui conti, se così si può dire, non sono certo migliori di quelli del Banco di Sicilia.

In realtà, lo scenario economico di riferimento per il Banco di Sicilia comincia a mutare alla fine degli anni Ottanta, quando inizia la cosiddetta ‘calata’, nell’Isola, dei grandi gruppi creditizi nazionali. Già allora una fetta di raccolta del risparmio dei siciliani viene intercettata dalla banche del Centro Nord Italia piombate nella nostra regione. Ma questo non crea eccessive preoccupazioni né al Banco di Sicilia, né alla Sicilcassa, altra banca di riferimento per i siciliani.

In quegli anni, anche se allo stato latente, si comincia a delineare una linea della Banca d’Italia: la volontà di sottrarre alla Regione siciliana la gestione del credito. O meglio, la volontà di togliere alla Regione la quota di potere, in materia di credito, che fino ad allora veniva esercitata dalla stessa Regione.

In che cosa consiste questo potere di gestione?

In quegli anni la Regione nomina tutti i componenti del Consiglio di amministrazione della Sicilcassa e una parte di quelli del Banco di Sicilia (di fatto anche i consiglieri del Banco nominati dalle Camere di Commercio siciliane vengono assimilati alla Regione, mentre altri due consiglieri li designa il Tesoro). Poi c’è il Comitato esecutivo del Banco: e lì la Regione designa addirittura tre componenti su cinque.

Una quota di potere di gestione del Banco di Sicilia, tutt’altro che secondaria, viene esercitata dalla stessa Banca d’Italia. Nel consiglio d’amministrazione del Banco, infatti, siede pure un delegato dello stesso Istituto di vigilanza, tanto che alcune delle pratiche finite poi al vaglio dei magistrati si dice portino la seguente dicitura: “Se ne sospende l’esecutività in attesa del visto del delegato della Banca d’Italia”. Tale precisazione è d’obbligo perché, negli anni in cui il Banco di Sicilia finisce sotto inchiesta da parte della magistratura, tutte le presunte responsabilità in ordine alla cattiva gestione della banca vengono addebitate ai consiglieri di amministrazione e ad alcuni dirigenti del Banco dell’epoca, dimenticando che una quota di presunte responsabilità avrebbe dovuto essere ascritta anche al delegato della Banca d’Italia presso il Banco di Sicilia (discorso analogo andrebbe fatto per il ‘buco’ della Sicilcassa).

Se questo è lo scenario, già di per sé piuttosto strano, è oltremodo singolare che ex ispettori della Banca d’Italia vengano cooptati tra i consulenti della magistratura che indagano sul Banco di Sicilia. Sempre nel rispetto della cronaca, va ricordato che l’inchiesta della magistratura sul Banco – con la messa in stato di accusa di tutto il Consiglio di amministrazione dell’epoca e di alcuni alti dirigenti della stessa banca siciliana – si è conclusa l’anno scorso con una richiesta di archiviazione per tutti gli inquisiti.

Ora, a parte i costi di tale inchiesta e i problemi creati a chi ha dovuto attendere quasi nove anni prima di venire scagionato da accuse assai pesanti, non v’ è dubbio che tutto il polverone sollevato su questa vicenda, di fatto, ha contribuito a creare le condizioni per fare uscire il Banco dall’orbita della Sicilia.

copertina

La copertina del numero del mensile mandato al macero

In quel tormentato passaggio della storia del nostro Paese – il riferimento è al 1993 – oltre alla già citata volontà di Bankitalia di sottrarre alla Regione la gestione del credito, si delinea pure una strategia espressa, se così si può dire, da tutto l’establishment bancario italiano: consegnare il Banco di Sicilia alla Banca di Roma: cosa questa, che avverrà qualche anno dopo, una volta consumatisi alcuni passaggi. Tale volontà si desume dalla cronaca di quegli anni. Vediamola per grandi linee.

SE IL BANCO PAGA

Nel 1993 il Banco, da istituto di credito (ente creditizio di diritto pubblico) è già stato trasformato in società per azioni. Dunque, c’è già la Fondazione Banco di Sicilia che controlla le azioni del Banco. Ma, come già ricordato, l’atmosfera, per gli amministratori del Banco dell’epoca, è pesante. Nel corso di una riunione del Consiglio di amministrazione, da parte del delegato della Banca d’Italia viene avanzata una proposta di ‘salvataggio’ per gli amministratori della banca isolana: dimissioni per tutto il Consiglio di amministrazione e convocazione di quello della Fondazione Banco di Sicilia. All’ordine del giorno dovrebbe essere messo il seguente argomento: cessione delle azioni del Banco di Sicilia.

Cessione a chi?, domandano alcuni consiglieri del Banco. La risposta è: ve lo comunicheremo in sede di riunione del Consiglio di amministrazione.

Per comprendere i termini di una decisione così grave bisogna calarsi nell’atmosfera di quei giorni: l’esplosione di Tangentopoli, la lotta alla mafia che ha il proprio baricentro in Sicilia e, naturalmente, la difficile situazione della banca siciliana sono tutti fattori che spingono per una soluzione draconiana. Quello che non si capisce è perché a pagare debba essere solo il sistema creditizio di riferimento della Sicilia. Così come già ricordato, in ‘sofferenza’, in quegli anni, era un po’ tutto il sistema creditizio nazionale, ma l’attenzione dei media si concentra, chissà perché, sul Banco di Sicilia.

In questa atmosfera surriscaldata si riunisce il Consiglio di amministrazione della Fondazione Banco di Sicilia. Ma la cessione delle azioni del Banco non viene formalizzata. Motivo: in quel momento il patrimonio del Banco di Sicilia ammonta a circa 2 mila e 400 miliardi di lire. Morale: chi avrebbe voluto acquisire il controllo del BDS avrebbe dovuto immettere un aumento di capitale di oltre 2 mila e 400 miliardi di lire. Per il possibile acquirente, dunque, si sarebbe determinata una situazione di rilevante rischio.

Come già ricordato, le vicissitudini del Banco si intersecano con un clima politico confuso. In quei giorni si parla di commissariamento del Banco. La stessa Presidenza della Regione siciliana, retta in quegli anni dal democristiano Giuseppe Campione, non sembra contraria a tale ipotesi. Ma è la stessa Banca d’Italia che frena sull’ipotesi di commissariamento. Si opta, invece, per una sorta di commissariamento soft, ovvero un rinnovo del Consiglio di amministrazione della banca siciliana. Ricordiamo che già in quei giorni, in seguito all’inchiesta della magistratura, i componenti del Consiglio di amministrazione allora in carica si erano già dimessi. Viene così nominato il nuovo Consiglio con Antonio Banfi presidente e Berardino Libonati vicepresidente. La sensazione è che durerà poco, magari il tempo di una veloce cessione della banca.

Si decide di andare a fondo, per fare chiarezza nei conti del Banco. Ed è per questo che viene nominato vicedirettore generale Cesare Caletti, uomo gradito alla Banca d’Italia. Di lì a poco il direttore generale del Banco, Gaetano Perricone, finito anche lui sotto inchiesta, si dimette. Al suo posto va Salvatore La Francesca. Al quale viene recapitato un bizzarro avviso di garanzia. Morale: anche La Francesca si dimette. Gli subentra Caletti che assume così la direzione generale della Banca.

Caletti avvia l’opera di verifica della struttura patrimoniale della banca isolana. Il nuovo direttore generale non ha vita facile. In Consiglio c’è chi ne ostacola l’azione. Diciamo che viene considerato un uomo di banca un po’ troppo rigido. Forse il suo modo di lavorare, teso a fare chiarezza sui conti, toglie margini di manovra a chi, all’interno e all’esterno del Banco, punterebbe a concludere affari.

IL FLOP SUI TITOLI

In quegli anni si verifica una vicenda inquietante: il flop sui titoli. In quel momento il Banco di Sicilia può contare su circa 9 mila miliardi di lire in titoli, con circa 650 miliardi di plusvalenze. Il Consiglio di amministrazione della banca ne delibera la vendita per acquisire le plusvalenze. L’obiettivo è di patrimonializzare il Banco. A questo punto va in scena un fatto assai strano. Due consiglieri di amministrazione dello stesso Banco di Sicilia, sprovvisti di alcuna delega su tale materia, contattano gli operatori di Borsa di Roma convincendoli ad attuare una politica di acquisti di titoli e non di vendita. Ad operazione conclusa, uno dei due consiglieri – Vilmaro Brocci – dirà che lui riteneva che il valore dei titoli dovesse salire. Cosa che, invece, non si verifica. Per il Banco è un colpo duro: le perdite sui titoli provocate da questa operazione ammontano infatti a circa 800 miliardi di lire (il che vuol dire – rispetto ai valori relativi al momento in cui era stata decisa la vendita dei medesimi titoli – una perdita di circa mille e 400 miliardi di lire).

Poco dopo Brocci andrà via. Anche Eusebio Trombi lascerà il posto di consigliere delegato (rimarrà nel Consiglio di amministrazione). Al suo posto subentra Cesare Caletti. Andrà via anche il presidente Banfi, sostituito da Libonati.

LO SCACCO DEL TESORO.

Nel 1994 gli azionisti del Banco di Sicilia spa sono tre: Fondazione con circa il 60%, il Tesoro (20%circa); e la Regione Siciliana (20%circa). Il Tesoro, in funzione di una legge per la ricapitalizzazione, punta alla conquista della maggioranza azionaria del Banco. In quei giorni i rapporti tra Tesoro e Fondazione Banco di Sicilia non sono idilliaci. Le posizioni, in merito al futuro della banca siciliana, sono diverse. Il Tesoro punterebbe su un aumento di capitale di circa 600 miliardi da portare a valore nominale. La Fondazione, presieduta da Carlo Dominici, chiede invece la valutazione dell’azienda per determinare l’effettivo valore economico del patrimonio a cui correlare l’apporto. Passa la linea Dominici. Per la valutazione del patrimonio del Banco viene dato incarico a Sofipa, società che fa capo a Mediocredito, un istituto di credito controllato dal Tesoro.

La Sofipa valuta così il patrimonio del Banco di Sicilia. Per la società controllata da Mediocredito centrale, il valore del Banco di Sicilia ammonta a circa 3 mila e 400 miliardi di lire. Tradotto in soldoni, vuol dire che con l’apporto pari a 600 miliardi il Tesoro rischia di non acquisire il controllo della Banca siciliana. Alla fine la valutazione Sofipa viene messa da parte. Perché?

Lo scenario è ulteriormente complicato. Un valore del Banco pari a circa 3 mila e 400 miliardi di lire risultava essere, in maniera rilevante, più elevato della stima effettuata dai periti del Tribunale in sede di costituzione del Banco di Sicilia spa. In pratica, una valutazione pari a 3 mila e 400 miliardi di lire avrebbe potuto rendere inconsistente l’accusa mossa ai periti dalla magistratura: ovvero l’accusa di avere sopravalutato il patrimonio del Banco di Sicilia.

Si deve così procedere a una nuova valutazione del patrimonio della banca siciliana. Si sceglie di affidare l’incarico ad una merchant bank, l’Euroimmobiliare. Poi anche tale scelta viene revocate (in realtà è l’Euroimmobiliare che si chiama fuori). E viene dato incarico alla Giubergia Worburg. Dopo qualche tempo la nuova valutazione è pronta. Più che una valutazione sembra una svalutazione dei crediti. Tesi azzardata? A quanto pare no, se si considera che, a partire dall’esercizio 1999, le riprese di valore sui crediti ‘viaggiano’ ad un ritmo di circa 400 miliardi di lire l’anno. Sono circa mille e 200 miliardi in tre anni, come fanno notare in una memoria depositata al Tribunale di Caltanissetta, l’ex presidente del Banco, Guido Savagnone, e l’ex consigliere di amministrazione, Nicolò Salanitro (nel frattempo il processo era stato trasferito a Caltanissetta perché nella vicenda risultano coinvolti personaggi imparentati con un giudice che opera negli uffici del Tribunale di Palermo, nonché lo stesso Presidente del Tribunale di Palermo).

Non tutti i protagonisti – Dominici in testa – sono d’accordo con la nuova valutazione del Banco. I crediti, come già accennato, sembrano essere stati svalutati in modo eccessivo. Diciamo che il patrimonio della banca – nella nuova valutazione – coincide con il capitale sociale: appena mille e 200 miliardi. Perché avviene tutto questo? Alla svalutazione del patrimonio del Banco di Sicilia non sembra essere estranea la Banca d’Italia.  L’obiettivo, dichiarato o meno, è quello di fare perdere la maggioranza azionaria alla Fondazione Banco di Sicilia, che viene considerata erroneamente alla stessa strega della Regione siciliana.

Sono giorni di polemiche. Discussioni ad ampio raggio che coinvolgono un po’ tutto il mondo bancario isolano. Un’atmosfera che diventa infuocata quando, nel settembre del 1997, la Sicilcassa, già commissariata, viene posta in liquidazione coatta amministrativa. Sono passaggi drammatici. Alla fine nei bilanci della Sicilcassa risulteranno ‘sofferenze’ per circa 9 miliardi di lire. Fino all’ultimo i dipendenti avevano cercato di salvarla offrendo anche sacrifici personali. Lo stesso Presidente della Regione siciliana dell’epoca, Giuseppe Provenzano, aveva ipotizzato di inglobare il Banco di Sicilia nella stessa Sicilcassa. Idea, forse, velleitaria, che non passerà, visto che avviene l’esatto contrario: sarà infatti la Sicilcassa ad essere infilata nel Banco di Sicilia.

LA PRIVATIZZAZIONE

Il dibattito sul futuro del Banco si incrocia  con il rinnovo del Consiglio di amministrazione della stessa banca. Alla presidenza, dopo un lungo travaglio, viene designato Gustavo Visentini, alla vicepresidenza Carlo Dominici. La missione dei nuovi amministratori – così si dice in quei giorni – è quella di privatizzare il Banco, privilegiando l’ingresso di azionisti, magari grandi imprese assicuratrice (si fa il nome delle Generali), passaggio apprezzato dal Tesoro.

Nel frattempo – ricordiamo che siamo già nel 1996 – in Sicilia c’è da affrontare anche la questione Sicilcassa, banca che presenta un ‘buco’ di circa 4 mila miliardi di lire. Nell’agosto di quell’anno, a Roma, si tiene una riunione operativa. All’ordine del giorno c’è la questione del credito in Sicilia. Al tavolo ci sono il Ministro del Tesoro, Carlo Azeglio Ciampi, il direttore dello stesso ministero, Mario Draghi, il governatore della Banca d’Italia, Vincenzo Fazio, e il capo della Vigilanza, Bianchi. Viene proposta l’ipotesi di fare acquisire al Banco di Sicilia attivo e passivo della Sicilcassa.

L’allora Presidente del Banco, Visentini, è perplesso, ma disponibile al dialogo. Dominici contesta la validità dell’operazione. Il Banco – questa in sintesi la motivazione – è in convalescenza. L’acquisizione di attivo e passivo della Sicilcassa appesantirebbe la situazione e ritarderebbe la privatizzazione. Dominici fa inoltre sapere che per il Banco, acquisire una banca fallita, non sarebbe stata un’operazione di grande immagine. Anzi.

I fatti seguenti sono noti: nel settembre del 1997 – come già ricordato – la Sicilcassa viene posta in liquidazione coatta amministrativa. E iniziano le operazioni per inglobare la Sicilcassa nel Banco di Sicilia. Nel 1997 Dominici scrive al ministro del Tesoro. Precisando che il Banco di Sicilia non si sarebbe potuto fare carico di circa 9 miliardi di lire di sofferenze senza subire un tracollo nei propri indici patrimoniali e di solvibilità. Si decide così di lasciare alla Sicilcassa in liquidazione la metà delle ‘sofferenze’ (le più pesanti e le più compromettenti).banca

In questa fase, a conti fatti, risulta vincente la linea del Governo nazionale e della Banca d’Italia. Un passaggio, questo, che viene prospettato come una ricapitalizzazione del Banco di Sicilia grazie all’applicazione della legge Sindona e, contemporaneamente, come sostegno alle imprese siciliane e a tutto il sistema economico dell’Isola. Senza volere indulgere nei tecnicismi, diciamo che l’operazione costa allo Stato italiano 3 mila e 600 miliardi di lire (legge Sindona), più di mille miliardi a carico del Fondo interbancariodi granzia, cioè della solidarietà tra le banche.

L’applicazione della legge Sindona, nel caso specifico, era stata giustamente prospettata come sostegno all’economia siciliana e come strumento di rilancio del Banco di Sicilia: del resto, si tratta di denaro pubblico e, quindi, denaro da destinare all’interesse pubblico. Invece, qualche anno dopo, come vedremo, le riprese di valore sui crediti del Banco di Sicilia – cioè l’attivo del Banco, espressione diretta dell’applicazione della legge Sindona, proventi considerati utili della stessa banca – invece di essere destinati alla ricostituzione del capitale verranno distribuiti agli azionisti dello stesso Banco di Sicilia, con in testa Banca di Roma, diventata nel frattempo azionista di riferimento della banca siciliana. Di fatto, il denaro della legge Sindona che il Banco ha ricevuto per inglobare la Sicilcassa, anche se indirettamente, ha finito per alimentare l’operazione Capitalia. Ma prima di analizzare le vicende di questa holding c’è un altro passaggio da esaminare anche se per sommi capi: l’acquisizione del Banco di Sicilia da parte di Mediocredito Centrale.

ARRIVA MEDIOCREDITO

Il Tesoro e la Banca d’Italia – l’abbiamo già sottolineato – perseguono un preciso disegno che punta alla razionalizzazione del sistema creditizio. Per il Banco, il Tesoro, già da qualche anno, persegue l’obiettivo di acquisire la maggioranza del pacchetto azionario. In realtà, il Tesoro  non arriverà mai a controllare il 51% del Banco di Sicilia. L’operazione, però, verrà completata lo stesso nel 1997, quando Mediocredito – istituto controllato dal Tesoro – con circa mille miliardi di lire acquisisce il 40% della partecipazione al Banco. A tale partecipazione si sommerà la partecipazione del Tesoro che consentirà a Mediocredito di acquisire il controllo del Banco di Sicilia.

Il 1998 è l’anno di Gianfranco Imperatori, amministratore delegato di Mediocredito. In questa fase è già stato completato l’assorbimento di Sicilcassa nel Banco di Sicilia. Nel complesso, si può dire che la gestione Imperatori è piuttosto veloce: è una gestione di passaggio, per preparare il trasferimento del Banco di Sicilia alla Banca di Roma. Cosa che avverrà puntualmente nel 1999.

CAPITALIA

L’ultimo passaggio si consuma nel 2002. Si decide di fare confluire nella Banca di Roma il Banco di Sicilia e Bipop (banca che ha sede a Brescia) per trasformare la stessa Banca di Roma nella holding denominata Capitalia. L’operazione è piuttosto complessa e si articola in due fasi. Nella prima fase si incorpora il Banco di Sicilia nella Banca di Roma; nella seconda fase la rete bancaria del Banco di Sicilia viene scorporata in una nuova società che si chiama sempre Banco di Sicilia, mentre la holding che ne detiene l’intero pacchetto, assume il nome di Capitalia. Effetto di questa operazione è quello di avere eliminato dall’azionariato del BDS gli azionisti di minoranza – cioè Regione siciliana e Fondazione Banco di Sicilia – che insieme rappresentavano il 39% della banca siciliana. Con la consumazione di questo passaggio il Banco di Sicilia è interamente controllato da interessi estranei alla Sicilia.

Non solo. Sempre in virtù di tale passaggio, il Banco contribuisce al risanamento dei conti della Banca di Roma, mentre Regione siciliana e Fondazione accettano di diventare azionisti di una società – Capitalia – che nulla ha a che vedere con la Sicilia.

Difficile capire, a questo punto, cosa abbia mosso Fondazione Banco di Sicilia e Regione siciliana a giustificare, nei propri fini istituzionali, la partecipazione ad una holding bancaria nazionale piuttosto che – prendendo atto della sconfitta – recedere dalla società per conservare almeno il valore del patrimonio delle azioni.

OMBRE SUL CONCAMBIO

La Regione siciliana e la Fondazione Banco di Sicilia entrano in Banca di Roma e poi in Capitalia conferendo le rispettive partecipazioni azionarie nel Banco di Sicilia spa. In pratica, conferiscono azioni del Banco di Sicilia per ricevere in cambio azioni Capitalia.

Per potere effettuare il cambio delle azioni è necessario calcolare il valore delle azioni del Banco di Sicilia e il valore delle azioni della Banca di Roma: è questo il concambio. Va da sé che la partecipazione in Capitalia di Regione siciliana e Fondazione è proporzionale al valore delle azioni del Banco di Sicilia rispetto al valore delle azioni di Banca di Roma. In parole povere, se il calcolo del valore delle azioni del Banco di Sicilia rispetto a quelle della Banca di Roma sarebbe risultato sfavorevole al Banco di Sicilia, la partecipazione in Capitalia di Regione e Fondazione si sarebbe ridotta. Come sono andate le cose? Diciamo che non sono mancate le polemiche.

Il valore delle azioni di una banca si calcola analizzando un po’ tutto l’andamento patrimoniale della stessa azienda di credito. Il dubbio, in altre parole, è che nei calcoli relativi ai patrimoni delle due banche, il Banco di Sicilia sia stato scarificato.  Del resto, gli stessi advisor chiamati a valutare i conti della Banca di Roma ammettono di non avere potuto valutare al meglio i conti della banca. Il riferimento è a quanto affermato dagli analisti della Rotschild, la società chiamata dal Banco di Sicilia per valutare la Banca di Roma.

“Quello che scriviamo – si legge nella relazione di Rotschild – è sulla base di ciò che ci hanno fornito alla Banca di Roma (…) Rotschild non ha proceduto ad effettuare alcuna due diligence e altra verifica dei dati forniti dalla Banca di Roma e pertanto non si assume alcuna responsabilità in relazione alle informazioni assunte come base delle valutazioni proposte, né in relazione all’accuratezza e completezza, né alle eventuali conseguenze derivanti a soggetti  che abbiano fatto affidamento su qualsiasi affermazione o conclusione presente in questo documento”. Dello stesso tenore le affermazioni degli altri advisor chiamati a valutare la Banca di Roma.

Concludendo, diciamo che la partecipazione al Banco di Sicilia è costata alla Regione siciliana 600 miliardi di vecchie lire, versate in aumenti di capitale. Tutta la partecipazione è stata scambiata con una partecipazione in azioni Banca di Roma del valore di mercato pari a poco più di 350 miliardi di lire, con una perdita che già allora ammontava a 250 miliardi di lire. Oggi, considerate le quotazioni in Borsa di Capitalia, la perdita ammonta a 450 miliardi. Se a tali perdite si somma la perdita dello stesso Banco di Sicilia, beh, ogni altro commento su tutta questa storia risulta superfluo.

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