Elogio delle identità, contro l’identitarismo

L’ordine del discorso dominante ha scelto di diffamare, ostracizzare, stigmatizzare e demonizzare chiunque ancora abbia una sua identità o osi ancora difendere il valore del concetto di identità. Il dispositivo del pensiero unico politicamente corretto è sempre il medesimo. Annienta tutto ciò che non sia affine rispetto esso o che eventualmente possa ostacolare e rovesciare l’ordine reale che il pensiero unico santifica. E lo fa secondo una modalità che, pur variamente declinata, presenta sempre la medesima essenza: delegittima il concetto in questione assimilando al suo estremo patologico. E proprio come liquida il concetto di Stato nazionale identificandolo senza riserve con quel suo eccesso patologico che fu il nazionalismo imperialistico, analogamente congeda il concetto di identità assimilandolo al suo eccesso in negativo, ossia a quell’identitarismo settario che può culminare nelle pratiche abomimevoli della xenofobia e del razzismo. Per chi non abbia lo sguardo obnubilato dall’ideologia dominante (che oggi letteralmente satura ogni anfratto della coscienza e dell’immaginario), si può essere per lo Stato nazionale come luogo di difesa della sovranità politica ed economica e come luogo delle politiche welfaristiche a sostegno dei ceti più vulnerabili e, insieme, condannare senza compromessi il nazionalismo imperialistico. Analogamente, si può avere una propria identità (culturale, storica, ecc) condannando senza mezzi termini la patologia dell’identitarismo di cui si diceva poc’anzi. È anzi questa la sola via per opporsi alle tragedie del fanatismo dell’economia senza precipitare in altre tragedie.

Un pensiero riguardo “Elogio delle identità, contro l’identitarismo

  1. Quello che accade in Medioriente con l’azione di orde demolitrici di tagliagole al soldo dell’”Occidente politicamente corretto”, ci mostra chiaramente l’intenzione malsana di cancellare anche le tracce di quelle antichissime civiltà, patrimonio di tutti, per scrivere un futuro senza radici, senza identità.
    La crisi di decadenza in cui ci dibattiamo è nata soprattutto dall’influenza che ha avuto sulla coscienza di ognuno l’ideologia postmoderna che ha accompagnato la globalizzazione liberista.
    La nostra società, così pronta all’accoglienza e pronta a demonizzare ogni confine identitario, ha una concezione della natura dell’essere umano caratterizzata da un assoluto individualismo, dove è l’interesse personale a primeggiare; dove l’affermazione del proprio io e la sua soddisfazione diventano gli elementi principali del canovaccio del politicamente corretto; dove tutto viene svuotato di senso perché, appunto, “esistono solo gli interessi”. Se prendiamo ad esempio quello che accade al sistema americano, vediamo che la società multirazziale, ora profondamente in crisi, era tenuta insieme dalla prospettiva che la salvaguardia dell’interesse personale, che veniva prima di ogni altra cosa, fosse garantita, a ogni atomo del corpo sociale, dal mercato. “Ogn’uno per sé e il mercato per tutti” è stata la logica che ha intessuto il Sogno Americano. La finanziarizzazione del sistema poi ne ha portato alla luce la natura di luogo eminente di una selezione darwiniana basata sui principi di forza e spregiudicatezza. Così è diventato a tutti palese che Il mercato risulta, in realtà, fatto per concentrare il potere in pochissime mani. In precedenza, anche se l’interesse di ogni individuo confliggeva con quello degli altri, il fatto di credere che la somma degli interessi individuali potesse essere regolata dalla sua mano invisibile portava a credere di avere tutti le stesse opportunità e questo faceva sì che il sistema, apparentemente, reggesse.
    Quello che abbiamo ottenuto è, in realtà, un ritorno all’uomo ferino, uno stato che tutti temono, ma additandone la colpa a un presunto conflitto identitario e confessionale che però è stato ben orchestrato da chi, da tempo, ne ha teorizzato l’avvento. In una società sì fatta l’apertura dei confini non serve a creare inclusione ma serve a trasmettere ad altri l’isolamento e la chiusura in se stessi come un’infezione da diffondere. Come scriveva Nikolaj Aleksandrovič Berdjaev: «L’essenza del conservatorismo non è l’impedire il progresso in avanti e verso l’alto, ma l’impedire il movimento all’indietro e verso il basso, nella tenebra del caos e nel ritorno a uno stato primitivo». Lo svuotamento in cui siamo indotti è funzionale a una democrazia di facciata che ci porta a sostenere i piani di una ristretta oligarchia. L’idea dell’interesse personale ci ha reso schiavi delle logiche del mercato, ci ha fatto accettare senza resistenze la diffusione di un capitalismo finanziario senza regole e una prassi politica che si muove fuori dalla logica giuridica sia a livello locale che internazionale. Da qui la tendenza generale ad accettare una politica che sappiamo non essere in grado di rappresentarci e ad accettare supinamente di essere governati da entità sovranazionali che poco sanno di noi e di ciò che ci serve veramente. La nostra società atomizzata ha svuotato di senso ogni rivendicazione sociale e istanza di cambiamento. Perché combattere e per che cosa? Ecco, quindi, la necessità di “ricompattarsi”, far sì che questi atomi partecipino di nuovo alla formazione del “nucleo”, che è la ragione per cui esistono. E bisognerà ricominciare dalla famiglia, il primo nucleo preso di mira perché sta a fondamento della società, per passare poi alla comunità cittadina, nazionale, fino ad arrivare poi a pensare a una comunità internazionale che rispetti l’identità e la sovranità di ogni paese. Bisognerà fermare le guerre che producono massicci flussi di rifugiati, permettere a queste persone di tornare nelle proprie terre aiutandoli nella ricostruzione, Ogni nazione europea dovrà ritrovare la sua sovranità abbandonando la UE e la NATO, e sostenere la creazione di un ordine internazionale multipolare che, come dice Putin, dovrà avere come valori di fondo il rispetto della sovranità, della cultura, dell’identità e delle linee di sviluppo che ogni paese si dà. Si dovranno ricostruire le comunità perché la ricchezza e il progresso nascono dalla collaborazione, dallo stare insieme, perché lì vi è la condivisione di idee, competenze, creatività, impegno. Quando si collabora si cresce, ed è così che si è prodotta l’evoluzione nel genere umano. Nella nostra società atomizzata, invece, ci si mette insieme in uno spirito di competizione, fatto più per aggredire che per costruire. Tutto quello che la “nostra” civiltà postmoderna ci propone, è contrario e ostacola questa connessione che è alla base di ogni vero progresso, quindi sarà necessaria una radicale rivoluzione dell’idea di Umanità e dell’organizzazione che questa si dà.

Rispondi