Gli affamati ed i disoccupati sono il materiale con il quale si edificano le dittature

di Lillo Massimiliano Musso

Gli affamati ed i disoccupati sono il materiale con il quale si edificano le dittature”. Sono parole di Sandro Pertini, perfetta sintesi del rapporto tra povertà e democrazia. Più un popolo è povero, meno le dinamiche democratiche prevalgono sugli egoismi. Povertà e dittatura camminano insieme, come la libertà economica e la libertà dal bisogno sono la premessa fondamentale per un voto personale libero.

Innanzi all’incapacità di raggiungere la piena occupazione, per contrastare la povertà e livellare le diseguaglianze, da tempo ampi settori della politica italiana indicano la ricetta nella formula “magica” del reddito di cittadinanza. È perciò, in un senso o in un altro, ineludibile la presa di posizione di qualunque soggetto politico che si richiami non vacuamente ai valori della Costituzione italiana. Nel più ampio dibattito si assiste ad un balletto tra fautori e oppositori, ora per incaricarlo quale soluzione macroeconomica in grado di risolvere problematiche endemiche dello stato sociale, ora per affossarlo come mera opera assistenzialistica, di sovente indicata come deresponsabilizzante rispetto ai doveri di cooperazione al bene comune e foriera di parassitismo legalizzato. Comunque la si veda, occorre prendere posizione su un tema che costituisce già oggetto di confronto sui territori, nelle forme del sostegno al reddito degli enti locali, delle regioni e del Governo nazionale. La forza politica oggi accreditata ad essere la prima a livello nazionale, ha al suo primo punto proprio l’introduzione del reddito di cittadinanza.

Molti approcciano male la questione, non avendo l’ansia di giungere a tavola con un piatto di pasta per i propri figli. Coloro che hanno la pancia piena non conoscono i morsi della fame, quei brontolii interni che obnubilano le menti e retrocedono la persona umana ad un livello di civiltà inferiore. La lotta per la sopravvivenza, quella spicciola e quotidiana, non tedi gli stomaci sazi, ma sia compresa e vissuta empaticamente, se non si vuole tradire la propria vocazione politica sull’aspetto più importante, quello della libertà fisica e morale della persona.

Gli uomini, per essere liberi, è necessario prima di tutto che siano liberati dall’incubo del bisogno”, tuonava il buon Sandro Pertini, e noi di questa fondamentale verità dobbiamo farci carico, senza nemmeno starci a pensare. Perché noi possiamo essere liberi dal giogo della miseria, ma fin tanto che uno dei nostri prossimi versa nel bisogno, noi socialisti non possiamo rassegnarci e cullarci sugli agi che la vita – per merito o per fortuna – ci ha elargito. Ciò perché, continuando ad usare il buon Pertini, “Cesserai d’essere un vero uomo libero, per divenire solo un libero animale egoista, abbandonato ai suoi istinti, se non ti adopererai perché libero come te sia il tuo vicino”.

Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli? Questo non è un uomo libero”, ripeteva instancabile il Presidente Pertini, portatore sano di una tradizione politica ribelle, assetata di giustizia sociale, rivoluzionante, autenticamente cristiana, prima ancora che socialista.

E allora se la Costituzione va attuata, come va attuata, sia attuata tutta! Si attui in principio l’art. 48 della Costituzione, in specie nella parte i cui si afferma che il voto è personale ed eguale, libero e segreto. E che Il suo esercizio è dovere civico. Attraverso l’art. 48 si attua l’art. 1, quel ninnolo per cui l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro e la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Il secondo comma dell’art. 48 Cost. stabilisce i caratteri del voto, definendolo personale, eguale, libero e segreto, qualificandone l’esercizio come dovere civico. Il voto è personale, nel senso che non può essere delegato, mentre il bisogno spinge al baratto in cambio di qualche pacco di pasta. Il voto è eguale, nel senso che ogni voto ha lo stesso valore di tutti gli altri, mentre il bisogno, dettato anzitutto dalla povertà intellettuale, estranea dalla partecipazione attiva e consapevole una considerevole fetta di popolazione, con ciò rafforzandosi il peso di minoranze organizzate, a scapito di una maggioranza sempre più precaria. Non sono ammessi il voto plurimo e il voto multiplo, mentre il bisogno impacchetta i voti, da scambiare sul mercato elettorale. Il voto è libero, nel senso che la volontà dell’elettore non può essere coartata, né l’elettore stesso può impegnarsi a votare in un certo modo, mentre il bisogno, attraverso collaudati sistemi di controllo, illegittimi sul piano costituzionale eppur fondanti i meccanismi di voto dagli enti locali a salire, costringe il baratto, dicevo, del voto, ora per la dispensa, ora per avere cure mediche efficaci, ora per un’occupazione lavorativa.

Ecco perché pancia piena e voto libero fanno una vera democrazia.

Quindi, con il reddito di cittadinanza, espressione diretta del secondo comma dell’art. 3 della Costituzione (E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese), si attua il secondo comma dell’art. 48 della Costituzione (Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico), così permettendo l’attuazione del secondo comma dell’art. 1 della Costituzione (La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione).

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