I giovani e la politica

di Sabrina Corsello

Cos’è che rende tanto difficile oggi coinvolgere i giovani nella politica? Sono davvero svogliati, disinteressati, apatici, come vengono spesso dipinti, i ragazzi di oggi? Penso che per rispondere a queste domande dobbiamo partire da un’altra domanda. Se infatti vale ancora il convincimento che l’uomo sia innanzitutto un essere di relazione – un animale politico per dirla con Aristotele – la domanda prioritaria è se esista ancora una polis capace di essere luogo di incontro, di ascolto e di confronto all’insegna di un dialogo libero e aperto. Questa domanda diventa di cruciale importanza quando destinatari del discorso politico sono i giovani i quali, come è noto, vivono prendendo coscienza di sé e degli altri, nei molteplici ambiti sociali in cui trova spazio la dimensione relazionale. Cercano risposte i giovani, cercano un senso, cercano modelli significativi, certo, ma prima ancora cercano di essere ascoltati, cercano cioè un mondo dove innanzitutto possono esserci, dove sia loro concesso di mettersi alla ricerca, partendo proprio dalla loro domande e non da domande imposte o peggio indotte.
Se questo è vero, allora solo una politica capace di partire da un ascolto attento, di aprirsi ad un dialogo autentico, potrà riaccendere gli animi dei giovani e stimolare una nuova partecipazione al suo interno. Perché ormai è fin troppo chiaro che non serve a nessuno – e non soltanto ai giovani – una politica che è solo capace di dare risposte a domande preconfezionate o peggio mai formulate.
Di questo ed altro si è parlato recentemente a Palermo, nella splendida cornice di Villa Lampedusa, con il giovane filosofo Diego Fusaro, secondo il quale per rilanciare la passione politica giovanile occorre ripartire dalla cultura, “perché la fine della cultura, della paideia, è anche la fine della capacità culturale di fare politica”, ossia di quella politica che è “arte regia della trasformazione e della riconciliazione tra reale e ideale, contro la mistica della necessità imperante, la quale ci ripete che il mondo non potrebbe essere altrimenti da come è”. Soltanto muovendosi dunque all’interno dell’orizzonte della possibilità, si può sperare nel cambiamento e dunque riaccendere il desiderio. Ma non può esserci desiderio, né bene comune, se il messaggio che a voci unificate giunge alle nuove generazioni è che non c’è posto per loro, che devono andar via, perché il dogma dell’accoglienza incondizionata vale per tutti, meno che per loro.
Per comprendere la destabilizzazione giovanile, basta guardare alla crisi ormai strutturale dei modelli educativi di riferimento, come la scuola e la famiglia. Ad una famiglia sempre più aperta ed allargata al punto da non riuscirne più a scorgere i confini, si aggiunge una scuola che è talmente “buona” da allontanare da se stessa studenti minorenni, costretti a lavorare prematuramente e gratuitamente, spesso per il profitto di aziende private. Per non parlare del delicatissimo tema dell’identità sessuale – di cruciale importanza per la crescita sana e consapevole di un adolescente – non più intesa come un dato naturale da assumere consapevolmente, ma come un fatto culturale che implica una scelta.
In questa società de-eticizzata, incapace di fornire modelli educativi da interiorizzare, trovarsi dinanzi alla politica per un giovane è come trovarsi dunque dinanzi all’impossibilità. L’impegno civico e la partecipazione politica appaiono, infatti, sempre più impraticabili in una condizione in cui è reso impossibile quello che Fusaro definisce l’accasamento, ossia la stabilizzazione reale e simbolica che consente al contempo di avere una fissa dimora e di fondare le radici di una vita etica e spirituale. La politica pone dunque il giovane dinanzi ad una scelta irrisolvibile, da un lato si auspica la sua presenza, dall’altro si determina la sua assenza. Cosa fare per superare l’impasse? Per il filosofo non vi sono dubbi, solo un processo culturale può portare a “ripensare i concetti chiave del nostro presente, a rimappare la realtà e a ripensare la politica come arta regia della trasformazione, della riconciliazione tra reale e ideale in cui, per dirla con Fichte, a vincere sia la realizzazione dell’ideale e non l’idealizzazione del reale”. Il dissenso, ossia la possibilità di pensare e di essere altrimenti, diviene pertanto, oggi più che mai, la condizione prima per riaccendere la speranza e di ridare fiducia. A tal fine, ogni educatore – genitore o insegnante che sia- deve osare sospendere ogni discorso risolutivo, dimenticare le verità indiscutibili e ripartire da una paideia come ascolto maieutico, facendo proprie le parole di Eugenio Montale: “Non domandarti la formula che mondi possa aprirti, sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.

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