Il Jobs Act? E’ servito alle imprese e alle multinazionali. Ma non ai lavoratori

Contrariamente a quello che vuole fare credere il Governo Renzi, il Jobs Act non sta migliorando il mondo del lavoro del nostro Paese. Semmai sta aiutando le imprese, comprese quelle estere che operano in Italia. Anche il tanti millantato tempo indeterminato è una contraddizione in termini se poi i lavoratori possono essere licenziati senza problemi (per esempio quando non ci saranno più sgravi). La verità è che l’incertezza che prima gravava sulle imprese adesso grava interamente sui lavoratori

di C.Alessandro Mauceri

È passato quasi un anno da quando il Governo Renzi ha deciso di imporre a colpi di fiducia la propria riforma al mondo del lavoro, il Jobs Act [l’ennesimo inglesismo inutile, n.d.r.] ed è tempo di bilanci. Quale migliore occasione per valutare una legge che riguarda i contratti di lavoro se non nei giorni del Primo maggio, proprio quando festeggiano il lavoro e i lavoratori.

La misura voluta a tutti i costi dal Governo venne presentata come la panacea che avrebbe dovuto risolvere tutti (o, almeno, così si disse) i problemi del mercato del lavoro: rigidità, lentezza burocratica e chi più ne ha più ne metta.

Dopo un anno, il “nuovo che avanza”, al secolo Renzi, e il ministro del Lavoro, Poletti, non hanno perso occasione per riempire le pagine dei social network di dati e numeri che dovrebbero confermare (secondo loro) il successo della misura.

“I dati di oggi – ha detto qualche giorno fa il ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Giuliano Poletti – sono una bella notizia in vista del Primo maggio. Rispetto a Marzo aumentano gli occupati, mentre diminuiscono i disoccupati e gli inattivi. Mi sembra la risposta migliore a chi sosteneva che il Jobs Act avesse già esaurito i suoi effetti positivi. Se poi guardiamo alle tendenze annuali, che sono quelle più significative, rispetto allo stesso mese del 2015 possiamo registrare 263mila occupati in più, 274mila disoccupati in meno, 125mila inattivi in meno. E ancora: il tasso di disoccupazione, all’11,4% (-1,1 punti percentuali rispetto a marzo 2015) è ai minimi dal 2012”.

Ormai, pare che siano rimasti in pochi, in Italia, a credere alle promesse del Governo. quindi è bene leggere anche altri dati. Ad esempio, quelli forniti dall’Istituto di Economia della Scuola Superiore Sant’Anna che ha organizzato un workshop dal titolo: “Un anno dopo il Jobs Act: gli effetti della flessibilizzazione del mercato del lavoro”.

I risultati presentati dai vari ricercatori convergono tutti su un solo aspetto: la valutazione tutt’altro che positiva della misura imposta dal Governo e la sua efficacia. Michele Raitano dell’Università La Sapienza, ha fatto notare:

“I dati ci dicono che il mercato del lavoro italiano era già flessibile prima dell’introduzione del Jobs Act, perché dunque introdurre ulteriore flessibilità?”.

A rispondere a questa domanda, il giudizio espresso da Lia Pacelli dell’Università di Torino:

“L’incertezza che prima gravava sulle imprese, con il Jobs Act viene scaricata sul lavoratore”.

In altre parole, a beneficiare della misura non sarebbero stati i lavoratori (del resto basti pensare alle facilitazioni concesse alle aziende per i licenziamenti e molto altro), ma le imprese. Una tesi confermata nella relazione Labour market reforms in Italy: evaluating the effects of the Jobs Act, presentata all’interno del progetto ISIGrowth (e firmata da Dario Guarascio, Marta Fana e Valeria Cirillo). Anche secondo questi analisti, l’unico motivo per cui sono state “assunte” delle persone sono stati gli sgravi fiscali rivolti alle imprese. Benefici di cui spesso hanno goduto non imprese e imprenditori italiani, ma molto spesso, grandi gruppi internazionali.

Come è avvenuto con l’eliminazione dell’art. 18, anche diverse misure inserite nel Jobs Act appaiono palesemente scritte per le grandi industrie. I benefici derivanti dalla decontribuzione INPS per ogni neoassunto non modificano radicalmente i bilanci di una piccole o media impresa. Ben diversa la situazione per le grandi imprese e per le multinazionali. Anche questa tesi sarebbe confermata dai numeri e da quanto è già avvenuto in altri Paesi europei che hanno adottato misure analoghe: nel Regno Unito, ad esempio, aziende come la Tesco hanno risparmiato centinaia di milioni di Euro grazie a queste “innovazioni”, soldi che hanno permesso loro di ottenere performance sorprendenti (e utili notevoli).

Per non parlare del fatto che, come ha sottolineato la Pacelli, un’eccessiva flessibilità potrebbe avere effetti dannosi sul capitale umano e sulla salute dei lavoratori: i dati rilevati dimostrerebbero, infatti, che esiste un rapporto tra gli investimenti in capitale umano e la stabilità dei contratti.

Ma non basta: i ricercatori hanno sottolineato anche il legame che esiste tra il grado di “protezione” insito nei vecchi contratti di lavoro e la salute sui luoghi di lavoro.

Gli effetti negativi potrebbero non essere solo questi. Grazie alle “innovazioni” introdotte con il Jobs Act, sarebbe stata facilitata l’involuzione della qualità e dell’intera “struttura” produttiva dato che l’attenzione ora si è concentrata sulla competitività dei prezzi.

Per non parlare degli aspetti sociali: due sociologi, Devi Sacchetto ed Enrico Pugliese hanno ribadito che una delle conseguenze del Jobs Act sono aumentate le diseguaglianze sociali, la dequalificazione delle mansioni e dell’intera struttura produttiva.

In altri Paesi dove forse i lavoratori sono più attenti a questi problemi (che fine ha fatto Maurizio Landini, l’unico che, per molti mesi, era rimasto l’unico a gridare contro queste misure?), la gente è scesa in piazza per protestare vivamente. In Francia, nei giorni scorsi, decine di migliaia di manifestanti hanno bocciato le misure del governo e gli scontri tra loro e le forze dell’ordine sono stati duri e, a volte, violenti.

Ma anche sotto il profilo statistico i dati forniti dal Governo Renzi sono almeno parziali. I numeri cui ha fatto riferimento il ministro sono quelli diffusi dall’ISTAT. Se è vero  ad esempio che sono in aumento gli occupati, è pur vero che questo risultato è stato possibile solo grazie agli incentivi che hanno fatto diventare molti lavoratori “stabili” (alle aziende conviene beneficiare degli aiuti per fare questa manovra ben sapendo che proprio grazie alle nuove misure del Governo licenziare, in un secondo tempo, sarà più facile).

La performance di cui si sono vantati i renziani, inoltre, non terrebbe conto del fatto che a crescere non sono stati tanto i nuovi posti di lavoro fissi, ma soprattutto i lavoratori a termine, che salgono dell’1,5 per cento (come ha sottolineato l’ISTAT: “Tornano a crescere dopo sei mesi di calo”).

Stessa cosa per il tasso di disoccupazione: i disoccupati sono diminuiti, ma questo dato non tiene conto delle persone che, non avendo un lavoro, non lo cercano nemmeno.

Anche il confronto con i periodi storici non è da trascurare. È vero che gli occupati in generale sono aumentati fino a 22,5 milioni circa, ma siamo ancora ben lontani dai 23,2 milioni di occupati che c’erano in Italia nel 2008.

Ancora. A livello regionale non i cambiamenti nelle disparità tra le varie regioni sono stati praticamente inesistenti: il gap che separa alcune regioni (come Sicilia e Calabria, dove i livelli di occupazione erano e sono i più bassi) non è stato colmato. Segno che le misure previste e promesse di Governo e Unione Europea non sono state mantenute o che le norme introdotte non sono state efficaci.

La festa dei lavoratori, in Europa, deve le sue origini al lavoro dei delegati socialisti della Seconda Internazionale riunitisi a Parigi nel 1889 (in Italia venne ratificata solo due anni dopo). Nel 1890, un quotidiano nazionale, La Rivendicazione, presentò questa festività dicendo:

“Il Primo maggio è come parola magica che corre di bocca in bocca, che rallegra gli animi di tutti i lavoratori del mondo, è parola d’ordine che si scambia fra quanti si interessano al proprio miglioramento”.

Nel corso degli anni, tutti hanno approfittato di questa ricorrenza per dire la propria. Perfino la Chiesa che, nel 1955, sotto papa Pio XII, istituì la festa di “San Giuseppe lavoratore”. Come i “rappresentati” dei lavoratori, i sindacati confederali CGIL, CISL e UIL, che, nel corso degli anni hanno accettato leggi e norme che hanno ridotto il loro ruolo e il loro potere di rappresentare i lavoratori.

Oggi, tranne qualche piccola festicciola e qualche passeggiata lungo le strade di Genova, nessuno celebra più il Primo maggio come la festa dei lavoratori. Meno che meno lo fanno i lavoratori. Segno che qualcosa è cambiato e che “lavoro” non è più la parola magica che si scambiano “quanti si interessano al proprio miglioramento”, qualcosa di cui essere fieri ed orgogliosi….

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