Manifesto di Forza del Popolo

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Forza del Popolo è un laboratorio democratico che persegue il miglioramento delle condizioni umane, sociali ed economiche, attraverso la progressiva destrutturazione del “potere dello stato” e la contestuale ricostruzione del sistema istituzionale in “organi a servizio del cittadino”. Capisaldi del movimento sono la riaffermazione della sovranità popolare e della sovranità monetaria, il federalismo nazionale e l’autonomia dei Comuni, la concezione universalistica dei diritti dell’Uomo e il diritto di autodeterminazione dei popoli.

INDICE DEL MANIFESTO

01 – LEGITTIMITA’ DEL MOVIMENTO RIVOLUZIONARIO pag. 3

02 – PAROLA CHIAVE: RIVOLUZIONE pag. 5

03 – RIVOLUZIONE DEL POTERE IN SERVIZIO pag. 7

04 – AVANGUARDIA DELL’ANTIPOLITICA: RIVOLUZIONE pag. 11

05 – CONDIZIONI PER ESSERE “FORZA POPOLARE” pag. 12

06 – RITORNO AL FUTURO. RITORNO ALL’IDEOLOGIA pag. 14

07 – I PRINCIPI DEL MOVIMENTO FORZAPOPOLARE pag. 15

08 – IL PRIMATO DELLA COSCIENZA pag. 19

09 – UGUAGLIANZA E LIBERTA’ pag. 20

10 – VERITA’ COME VALORE COSTITUZIONALE pag. 21

11 – FORZA DEL POPOLO, MOVIMENTO GIUSNATURALISTA pag. 23

12 – I RISCHI DEL RADICALISMO IDEOLOGICO pag. 25

13 – L’UOMO AL CENTRO DELL’AGIRE POLITICO pag. 28

14 – NUOVO RAPPORTO STATO/PERSONA: FEDERALISMO pag. 30

15 – LO STATO COME BUON PADRE DI FAMIGLIA pag. 40

16 – LAVORO E REDDITO COME QUESTIONE DI DIGNITA’ pag. 43

17 – APPELLO PER UNA RIVOLUZIONE GENTILE pag. 44

01 – LEGITTIMITA’ DEL MOVIMENTO RIVOLUZIONARIO

Già nel XVI secolo1 fu affermato il diritto del popolo di ribellarsi nel caso in cui l’istituzione che detiene il potere fosse divenuta sua nemica.

Per il britannico John Locke, “Contro la tirannia come contro ogni potere politico che ecceda ai suoi limiti e ponga l’arbitrio al posto della legge, il popolo ha il diritto di ricorrere alla resistenza attiva e alla forza. In questo caso la resistenza non è ribellione perché è piuttosto la resistenza contro la ribellione dei governanti alla legge e alla natura stessa della società civile. Il popolo diventa giudice dei governanti e in qualche modo si appella allo stesso giudizio di Dio2.

Concetto analogo è stato affermato dallo statunitense Henry David Thoreau nel libello “disobbedienza civile“: “Tutti gli uomini riconoscono il diritto alla rivoluzione, quindi il diritto di rifiutare l’obbedienza e d’opporre resistenza al governo, quando la sua tirannia o la sua inefficienza siano grandi ed intollerabili“.

Il russo Lev Tolstoj dal canto suo ammoniva: “Vero che noi non siamo responsabili dei misfatti dei governanti, ma siamo responsabili dei nostri misfatti, e quelli commessi dai nostri governanti divengono nostri se, sapendo che sono misfatti, noi partecipiamo al loro compimento“.

Non si può negare che l’odierno sistema politico-istituzionale italiano, oltre la coltre della sua apparente democraticità, stia devastando intere fasce della popolazione ed abbia abbandonato il Meridione alla desolazione.

I governi e le classi dirigenti oggidì si appoggiano non sul diritto, neanche sopra una parvenza di giustizia, ma sopra una organizzazione così ingegnosa, grazie ai progressi della scienza, che tutti gli uomini sono presi in un cerchio di violenza dal quale non hanno alcuna possibilità di uscire3.

Contro un simile stato, sia come “stato delle cose” che come “Stato politico”, Forza del Popolo intende reagire energicamente.

Forza del Popolo s’interroga da tempo su cos’altro debba subire il popolo affinché reagisca, fin dove possano spingersi i segni dello sfacelo affinché il popolo si desti e si riappropri del proprio destino.

A tale interrogativo non segue alcuna risposta temeraria, poiché il movimento non attende né guerre né totalitarismi affinché abbia luogo una ri-Costituente democratica, cioè la ricostruzione dalle fondamenta della Repubblica italiana.

Una ricostruzione resa necessaria dal collasso della democrazia, naufragata tra le onde di una – a tratti – indecifrabile dittatura soft, costruita silenziosamente all’interno delle maglie democratiche, i cui frutti di fame e di miseria sono simili a quelli di un conflitto bellico che si perpetua da decenni.

I partiti tradizionali hanno perduto la loro ragione d’essere e appaiono più dei comitati d’affari che centri di mediazione e di potenziamento della rappresentanza della sovranità popolare.

Per il francese Georges Sorel, teorico del sindacalismo rivoluzionario, “Uomini d’affari e politicanti non sanno niente della produzione, e tuttavia si ingegnano per imporsi ad essa, mal dirigerla e sfruttarla senza il minimo scrupolo: ritengono che il mondo rigurgiti di ricchezze abbastanza perché si possa comodamente derubarlo, senza sollevare troppo gli strepiti dei produttori; tosare il contribuente senza che questi si rivolti: ecco l’arte del grande uomo di Stato e del grande uomo d’affari. Hanno una scienza tutta particolare per fare approvare le loro furfanterie dalle assemblee deliberanti; il regime parlamentare è truccato allo stesso modo delle riunioni di azionisti. Probabilmente è per via delle affinità psicologiche, derivanti da questi modi di operare, che gli uni e gli altri si intendono in maniera tanto perfetta: la democrazia è il paese della cuccagna sognato da uomini d’affari privi di scrupoli4. Sono passati più di cent’anni da quando Sorel descriveva la “sua” realtà, che è anche ed ancora la “nostra”. Sono passati cent’anni ed esattamente non è cambiato niente. Noi di Forza del Popolo non ci arrendiamo, non fuggiamo alla ricerca della libertà, ma vinceremo per la nostra libertà.

Forza del Popolo, quindi, alla “critica dello stato” affianca l’idea rivoluzionaria di ricostruzione dello Stato dalle sue fondamenta. Perciò, la vocazione di Forza del Popolo è eminentemente rivoluzionaria, per come appresso spiegato.

02PAROLA CHIAVE: RIVOLUZIONE

Nei suoi propositi Forza del Popolo si ispira agli ideali del socialismo cristiano, con misurata apertura alla cultura liberale. Forza del Popolo si oppone ad ogni forma di liberalismo selvaggio, di imperialismo militare, di dittatura finanziaria, di colonizzazione e di sfruttamento dei popoli.

Il trittico ideologico, sintetizzabile in Forza del Popolo, è costituito dal socialismo internazionalista, dal cristianesimo universale e dalla cultura liberale vocata al bene comune, nella convinzione che ognuna delle tre “ideologie”, in cui si insinuano radicalismi di ogni genere, possegga un proprio rispettivo nucleo di verità simmetrico e complementare rispetto alle altre. Del resto, la sintesi delle tre culture è l’humus ideologico su cui è sorta la Costituzione italiana. Ciò rende Forza del Popolo l’unica forza politica in Italia che attinge il suo paradigma idealistico direttamente dalla Costituzione, in specie dalla parte in cui sono riconosciuti i diritti fondamentali degli individui e delle aggregazioni sociali, pur anelando ad una radicale riforma della stessa Costituzione nella parte fondativa dei poteri dello Stato. Per raggiungere l’obiettivo manifesto di rendere concreta l’attuazione della prima parte della Costituzione, Forza del Popolo si impegna per la radicale riforma dei poteri dello Stato e delle strutture burocratiche, nella consapevolezza di dovere attrarre a sé l’impegno di larghissimi settori della società italiana e del pubblico impiego. Pertanto, Forza del Popolo come movimento rivoluzionario è a vocazione maggioritaria ed è inclusiva nei suoi percorsi anche di differenti sensibilità politiche, in vista di obiettivi comuni.

Nessuna ragione di dissenso antica o recente – scriveva il socialista liberale Carlo Rosselli può essere tanto grave da giustificare l’eternarsi della divisione, nessun vantaggio derivante da una pretesa maggiore chiarezza e compattezza ideologica può superare l’immenso vantaggio derivante dall’unione delle forze e degli sforzi di tutti“; ciò è tanto più vero in questa grave ora del Paese che richiede compattezza per la risalita dal baratro morale, politico e culturale in cui è piombata l’Italia. La crisi economica, infatti, è figlia dell’abbandono della sintesi delle tre dette ideologie e della pubblica moralità.

Forza del Popolo è un movimento essenzialmente rivoluzionario e spinge per una rivoluzione pacifica e non violenta. Il richiamo alla “forza”, contenuto nel nome del movimento, non va inteso nel senso di violenza, ma, come in Georges Sorel, quale elemento di contrapposizione al pacifismo sentimentale e al compromesso strisciante; quindi, quale richiamo alla qualità più vera del popolo italiano, capace di schiacciare la testa alla tirannia del potere.

Con le parole del francese Pierre-Joseph Proudhon, Forza del Popolo propugna “una rivoluzione integrale nelle idee e nei cuori” al fine di sostituire l’attuale sistema politico con un’applicazione più nobile della prima parte della Costituzione italiana, con un sistema più elevato, privo di privilegi e guarentigie, improntato ai valori di onestà, correttezza, sincerità, bontà, solidarietà e, parallelamente, procedendo all’integrale revisione degli assetti politico-istituzionali del Paese. Forza del Popolo intende delegittimare le attuali cariche del potere attraverso gli strumenti democratici a disposizione, prima tra tutte la libertà di comunicare il presente manifesto politico, lanciando apertamente la sfida al “sistema”, rivolgendoci alle masse, per contribuire alla crescita della coscienza sociale e della cultura politica e per l’affermazione dei diritti fondamentali della persona.

Forza del Popolo afferma la dignità dell’individuo, della famiglia, dei comuni, delle regioni e dello stato. Quindi, è una forza che riconosce l’indispensabilità dello Stato e degli enti per la tutela concreta della dignità dell’individuo e della famiglia.

Per la Legge astratta e generale, il rapporto tra la “persona” e lo “stato” dovrebbe estrinsecarsi nella logica del servizio al cittadino. Tuttavia, è evidente che nella vita quotidiana la “persona” abbia perso la sua identità, mutandosi in “spettatore”, “consumatore”, “utente”, “contribuente”; tutto, fuorché cittadino. Mentre lo status di cittadino conferisce astrattamente alla persona poteri sovrani, nei casi concreti il cittadino risulta costantemente alla mercé di funzionari pubblici in un rapporto di sudditanza psicologica. La sottomissione del cittadino al burocrate è il primo profilo sintomatico dell’esercizio arrogante e miserrimo della funzione pubblica, in grado di essere corrotta anche con poco. La corruzione dilagante in Italia è figlia di questo insano rapporto di potere che lega il funzionario pubblico al cittadino. Il rapporto tra lo stato e il cittadino è e deve essere un rapporto di servizio al cittadino e non di sudditanza verso il Moloch/Stato. Quando lo stato si impone con prepotenza contro la volontà popolare, lo stato non è più Stato, perché lo Stato è strumentale alla libera espressione dell’essere umano, al riconoscimento della sua dignità, alla tutela dei più deboli. Per la tutela della persona lo Stato eroga servizi, con eserciti di dipendenti pubblici pagati per instaurare con il cittadino un rapporto di servizio. Per tale funzione, lo Stato attinge le risorse dal cittadino. Forza del Popolo intende affermare questo principio concretamente in modo tale che l’impiego pubblico si liberi dai condizionamenti politici e recuperi nella sua totalità la bellezza di un quotidiano impiego al servizio dei cittadini.

03RIVOLUZIONE DEL POTERE IN SERVIZIO

Forza del Popolo non condivide la tripartizione sostanziale dei poteri dello Stato in cui si è annidata concettualmente la legittimazione dell’idea che vi sia superiorità del potere statale a scapito delle libertà individuali e della concreta tutela della dignità umana.

Dai tre poteri, intesi come poteri arbitrari e irresponsabili, sono sorte le tre caste che tengono sotto scacco il popolo. La commistione, spesso, con la criminalità organizzata, con le massonerie o con l’antimafia di facciata, ha reso molte flaccide mosche forti come calabroni.

Forza del Popolo, aderendo sul piano costituzionale al principio formale della tripartizione delle funzioni dello stato, contesta la manifestazione sostanziale attuale del “potere” dello stato, caratterizzato da continue e sempre più gravi degenerazioni di un potere abile a preservare se stesso, senza conseguire l’obiettivo posto alla radice della sua funzione, anzi costituendo esso stesso causa di molti mali.

Responsabilità sono da imputare ad una buona parte di magistratura per avere consentito al malaffare, alla corruzione e alla criminalità di fiorire all’ombra delle leggi e per avere rallentato l’opera di verità e di giustizia di moltissimi magistrati impegnati in prima linea, a rischio della propria stessa vita.

La magistratura non di rado è sfociata nell’arbitrio, nell’irragionevolezza, nell’irresponsabilità5.

Il Governo, nella burocrazia ottusa, parassitaria ed ostile, è stato sin qui essenzialmente impegnato a spremere il popolo come un limone, con l‘imposizione forzosa di imposte, tasse e gabelle di ogni genere. Parimenti, per rendere concreti i servizi al cittadino, il Governo ha affidato le entrate pubbliche, sofferta spremitura del popolo, a veri e propri comitati d’affari. Così come “appalti” su scuole, ospedali, mezzi pubblici, autostrade, beni pubblici in genere, sono divenuti l’oggetto delle speculazioni illecite più scandalose della nostra storia, infine determinandosi altissimi costi e servizi inefficienti o fallimentari.

La classe politica, in cui si concretizza la rappresentanza del popolo e il potere legislativo, ha sin qui sguazzato nella corruzione, nell’inganno e nella sopraffazione del popolo, con una produzione legislativa pletorica, lobbistica ed indecifrabile in cui, come sintetizzato da un adagio cinese, “le leggi sono come tele di ragno: le mosche vi si impigliano, i calabroni le attraversano“.

Un sistema di “raccomandazione scientifica ha consentito l’ingresso nei ruoli dello Stato o nelle libere professioni di molte persone inadatte, a scapito spesso delle persone perbene, mentre chi è perbene ha trovato ostacoli alla propria carriera, puntualmente superato da colleghi a cui l’appellativo “perbene” non appartiene. A ciò si è riferito anche a più riprese Raffaele Cantone quando ha osservato che è persino evidente che chi è perbene non fa carriera nella pubblica amministrazione6. Addirittura, si percepisce in Italia che vivere onestamente sia inutile, quasi ad essere un limite funzionale7.

I parlamentari sono il capolavoro assoluto del sistema, con riti elettorali che hanno ripristinato il carattere elitario della rappresentanza politica, definitivamente sganciata dall’appartenenza ad un dato territorio e dalla reale partecipazione del cittadino alla vita democratica del Paese. Gli “onorevoli” hanno dimenticato sempre più spesso di essere rappresentanti della sovranità popolare, impegnati a godere senza misura dei propri privilegi, decisi dagli stessi parlamentari. In pratica, in Parlamento il goloso e il gelataio coincidono nella stessa persona.

Senza il rapporto di servizio tra lo stato e il cittadino si è manifestato un sistema perfettamente autoreferenziale fondato sul potere.

“Potere” è un termine anticristiano, è un concetto pericoloso in sé stesso e non è meritevole di consacrazione costituzionale.

Del resto, la Costituzione italiana, anzitutto, afferma la più alta dignità del popolo, che viene indicato come popolo sovrano, a cui appartiene la sovranità8. Tale potere sovrano deriva dalla Costituzione, essenzialmente non solo perché è scritto sulla carta, ma perché la medesima Costituzione è stata scritta in nome del popolo, per volere del popolo, con il sangue e la sofferenza del popolo.

Pertanto, il legislatore della Costituzione è ancora vivo, non è mai morto, perché il popolo precede la legge ed è sempre pronto a rovesciare il tavolo e a riscrivere le regole come e quando vuole.

La forza del popolo, in tal senso, è dirompente e non conosce ostacoli.

La forza del popolo è l’unica forma di potere legittima, perché promana dallo stato naturale delle cose, in cui persone libere e uguali si danno delle regole per la pacifica coesistenza, per la solidale collaborazione, per la tutela della persona. La forza del popolo è l’unica forma di potere legittima perché alla radice impedisce che una teoria politica possa riportare ad epoche passate caratterizzate da schiavismo, guerre, divisioni.

La forza del popolo non è da associare soltanto alla ghigliottina, bensì soprattutto alla costruzione di ponti, quindi la forza del popolo va intesa come forza motrice della storia, a volte brutale, altre salvifica, ma sempre secondo un destino non scritto, in cui Forza del Popolo vuole interpretare il suo ruolo dalla parte del popolo ed esserne forza politica organizzata e determinante.

Gesù ha condannato le fondamenta stesse dei sistemi di governo strutturati sulla violenza e sul comando. Gli attuali sistemi politici continuano a fondarsi sulla violenza e sul comando e tengono in schiavitù miliardi di persone, privandole della possibilità di vivere serenamente e costringendole alla mera sopravvivenza fisica ed alla ricerca estenuante e non decorosa dei mezzi di sostentamento.

Ecco perché nel III millennio più che di “potere” o di “poteri” bisogna affermare l’umiltà e lo spirito di servizio nelle funzioni affidate ai dipendenti pubblici.

Alla domanda di un giornalista «Ma chi glielo fa fare?», il magistrato siciliano Giovanni Falcone ha risposto, poco prima di morire, “Soltanto lo spirito di servizio“. Lo spirito di servizio di molti dipendenti pubblici qualifica il loro comportamento come autenticamente cristiano. Nel Vangelo, infatti, Gesù esorta al buono spirito di servizio: “i capi delle nazioni dominano su di esse ed i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra di voi: ma colui che vorrà diventare grande tra di voi, si farà vostro servitore, e colui che vorrà essere il primo tra di voi si farà vostro schiavo9.

Un’esortazione concreta, manifestata con la lavanda dei piedi, in cui Gesù dice: “Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi10.

Gesù, quindi, ha con autorità eradicato la legittimazione del potere e imposto alla coscienza il dovere di servizio. Per un cristiano tale nuova condizione costituisce una parte della grazia ricevuta con la conversione.

Giovanni Falcone affermava di sé di essere un umile servitore dello Stato mosso soltanto da spirito di servizio. Tuttavia, analogo giudizio del popolo su tanti pezzi dello Stato non può sussistere. Se lo “stato” fosse sempre animato dallo spirito di servizio – e non dal potere – l’immediata conseguenza sarebbe quella dell’obbligo dei funzionari dello Stato di svolgere le proprie funzioni umilmente, lontane dal profilo dei potenti, di persone di potere, bensì come espressione credibile di servitori dello Stato. Non possono e non devono esistere condizioni di potere, bensì devono legittimarsi persone che, in forza di specifiche attribuzioni e in linea con precisi limiti, vengano chiamate a svolgere i servizi che lo Stato deve garantire al popolo sovrano.

La responsabilità del funzionario pubblico, inscindibilmente connessa al controllo del suo operato, deve essere il primo corollario fondamentale del rapporto di servizio tra pubblica funzione e pubblico dipendente.

Parimenti, sul piano della legalità nell’esercizio della funzione pubblica, il sistema sanzionatorio penale, contabile e disciplinare, rivolto a funzionari infedeli e corrotti, deve trovare approdo nella dimensione della responsabilità oggettiva tipicizzata, anche per contrastare l’ormai evidente sistema descritto dal termine “massomafia”.

Oggi, il vero Antistato é un sistema parallelo ed illegale che prende possesso delle Istituzioni, possedute, come da demoni, da persone prive di senso morale che piegano la funzione pubblica alla realizzazione del crimine e dell’interesse di parte.

04AVANGUARDIA DELL’ANTIPOLITICA: RIVOLUZIONE

Forza del Popolo intende rappresentare la forma più autentica e più alta dell’antipolitica, intesa non già come negazione delle regole che sovrintendono ai meccanismi democratici e di raccolta del consenso, ma, più semplicemente, come movimento di opposizione al potere, affinché esso divenga servizio.

Si distanzia dagli attuali movimenti antipolitici perché ancora fondati sul mito e sulla menzogna. L’assurdità di alcune tesi consiste soprattutto nell’ostinata e petulante invocazione della loro onestà ontologica, della loro diversità, quasi si trattasse di un dato antropologico o scientifico, senza alcuna indicazione programmatica e di contenuto su come raggiungere l’onestà nelle Istituzioni.

Spesso ci si limita a dire “noi siamo diversi, noi siamo onesti” senza spiegare in che modo si intenda porre sotto stretto controllo il “potere”, anche il loro.

Un simile modo di ragionare è puro razzismo, è demagogia manicheista, è la notte della ragione. Si chiede sempre più spesso un atto di fede in una fede altrui, un sostegno ad infallibili qualità morali, senza prurito di spiegare quali garanzie e contromisure abbiano ideato affinché anche loro, o quelli dopo di loro, non caschino nella mala amministrazione, nell’arroganza del potere, nell’arbitrio e nel privilegio, nella forza corruttiva del potere, nella tirannia.

Per Forza del Popolo “nessuna dittatura è migliore d’un’altra, sono tutte da abbattere“. Alcuni movimenti dell’antipolitica conquistano elettori con slogan e campanilismi, tuttavia occorre mettere nell’azione politica cultura politica e universalità, se davvero si vogliono costruire solide basi della comunità.

L’austriaco Karl Popper, liberale, rilevava “La domanda giusta non è “Chi deve comandare”, ma “come controllare chi comanda?” essendo i problemi politici “problemi di struttura legale e non di persone” e le istituzioni migliori sono quelle che consentono ai governati di meglio controllare l’operato dei governanti“.

Recenti movimenti di antipolitica hanno frustrato l’anelito alla rivoluzione.

S‘è creduto l’ape della rivoluzione, e invece non era che la cicala. Possa alla fine, dopo aver avvelenato i cittadini con le sue formule assurde, portare alla causa del proletariato, caduta un giorno per sbaglio nelle sue deboli mani, l’obolo della sua astensione e del suo silenzio11.

05CONDIZIONI PER ESSERE “FORZA POPOLARE

Forza del Popolo esige in maniera intransigente l’onestà personale, ma solo come precondizione perché vi si possa operare, non ritenendo, invece, che la sola onestà possa costituire di per sé garanzia di risultati o indice di capacità politica. Un cieco onesto non può guidare. Così, l’incapace onesto non può governare. Occorrono anche vocazione, attitudine, preparazione, spirito di sacrificio, militanza, coerenza, coraggio, spirito di servizio. Doti acquisibili con impegno, con umiltà e perseveranza.

Tra i principi ispiratori di Forza del Popolo c’è l’onestà, per come insegnata da Gesù: “Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto. Se dunque non siete stati fedeli nella disonesta ricchezza, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servo può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire a Dio e al denaro“.

Pertanto, il militante di Forza del Popolo persegue secondo la propria coscienza il bene comune e mai gli interessi personali o di lobbies.

Il militante di Forza del Popolo non è un guerrafondaio, né un pacifista. È uno che mette in atto ciò che predica e che non considera la violenza come opzione per la risoluzione delle controversie. Solo la legittima difesa e la difesa dei più deboli può giustificare l’uso della commisurata forza.

Il militante di Forza del Popolo, che prende un personale nome di battaglia e viene identificato come “forza popolare” oppure “forzapopolare”, attinge dalle ideologie tutto quanto di buono gli provoca nella coscienza, tutto ciò che gli suscita voglia di vivere nella verità, nella libertà, nella giustizia sociale, nella pace; tutto ciò che, insomma, lo inciti alla vita, alla rivoluzione rispetto ai canoni di morte e di miseria oggi dominanti.

Il socialista liberale Carlo Rosselli, quasi a rivolgersi a noi, scrisse: “Senza il balenio di un ideale supremo che permei nel profondo la sostanza e i fini della lotta attuale, senza una coscienza vivissima e abbagliante del valore dei beni pei quali si combatte, non si crea una temperatura rivoluzionaria“.

La libertà personale e il primato della coscienza sono i valori fondamentali del movimento politico Forza del Popolo. I primi ad essere chiamati alla libertà sono proprio i sostenitori di Forza del Popolo, nonché gli attivisti, militanti e rappresentanti che non saranno mai costretti ad apparire, al pari di quelli che si vedono ormai dappertutto, come dei perfetti scolaretti che ripetono frasi preconfezionate e gradite ai loro capi, che nei talk show seguono pedissequamente le tecniche comunicative loro impartite dai partiti-azienda o dai web-partiti, che si spaventano di farsi intervistare per paura di dire cose poco ortodosse secondo la visione del leader.

Il “forzapopolare” non è un mero “seguace” del movimento, ma è il movimento stesso. Ogni “forzapopolare” deve avere la mente aperta e pensare con la propria testa. Perciò, foss’anche al costo di sbagliare, mai al “forzapopolare” sarà inibito di sentirsi ed essere libero di dire ciò che vuole, perché la sua affermazione sarà comunque il frutto dell’adesione all’ideologia “forzapopolare”, che lo vuole anzitutto libero. Quindi, Forza Popolare desidera, accetta, incentiva e stimola l’eterodossia, ascoltando la voce e le ragioni di tutti.

Per tale ragione, si auspica il rifiorire della passione politica, della partecipazione consapevole ai dibattiti, del ritorno alle piazze gremite di gente e di bandiere sventolate da braccia di cuori che battono e non da braccia di comparse pagate.

Forza del Popolo, come movimento di ideazione politica, deve aggregare classi dirigenti sane, oneste, competenti. Servono intelligenze sui territori, più che scimmie in tv. Per ciò, Forza del Popolo persegue la presenza massiccia sui media, per veicolare i propri contenuti politici, tuttavia avversa fermamente una visione alla Grande Fratello dell’impegno politico, come se tutto si riducesse alle apparizioni televisive o alle estemporanee sui social network.

Forza del Popolo avversa lo slogan fine a se stesso, rappresentando la negazione del pensiero politico e lo strumento più infimo per ingannare le masse.

Forza del Popolo costruisce dirigenti, forma classi di teste pensanti, capaci di amministrare i territori e i bisogni delle persone, con concrete iniziative sociali ed economiche.

06 – RITORNO AL FUTURO. RITORNO ALL’IDEOLOGIA

Rispetto ai principi di Forza del Popolo, sono miopi e qualunquisti i pensieri di quanti – letteralmente, idioti – desidererebbero sgomberare il campo dell’intelletto umano dalle ideologie, come se lo Stato si esaurisse nel tecnicismo asettico di amministrare bene i governati, senza alcun valore delle concezioni di destra o di sinistra poste alla base dell’agire politico.

Stolti e ciechi non si accorgono che i fatti sociali devono sempre avere un indirizzo, un orientamento, e comunque, vi saranno sempre tematiche che impongono una scelta ideologica, una precisa idea della vita e del mondo. L’ideologia rappresenta la protensione collettiva e ragionata al futuro.

Chi vuole togliere il futuro e il ragionamento alla collettività può avversare l’ideologia, ma chi vuole costruire con la politica le buone sorti del Paese deve necessariamente sforzarsi un “ritorno al futuro”, cioè un ritorno alla ideologia, alla protensione collettiva e ragionata al futuro.

Va contrastato sempre il dogmatismo liberticida di certe ideologie, ma il sistema di idee (l’ideologia, appunto) è l’unica via in grado di indirizzare le moltitudini sui contenuti politici, affinché il popolo sovrano possa esprimersi consapevolmente nell’urna e determinare la rappresentanza politica che meglio interpreta la volontà popolare.

Le premesse ideologiche, o di spirito, devono venire prima dell’azione, perché ne costituiscono la guida verso gli obiettivi da raggiungere. Altrimenti, si è come ciechi che camminano su un percorso che non li conduce a nessuna meta.

La storia ci insegna che l’ideologia dogmatica e liberticida si è presto asservita al potere, e non al popolo, determinando la nascita dei totalitarismi.

Sul punto, il movimento Forza del Popolo nasce “vaccinato”, nel senso che ha già in sé all’atto della sua costituzione i potenti anticorpi finalizzati ad impedire ogni sorta di totalitarismo e di intolleranza.

Il movimento, infatti, si fonda sulla libertà di coscienza e sull’esatta sintesi tra i principi socialisti, i valori cristiani e la cultura liberale, in cui ognuna delle tre ideologie rappresenta il contraltare dell’altra e fa sì che nessuna di esse abbia possibilità di degenerare dapprima in radicalismo, infine in totalitarismo.

07 I PRINCIPI DEL MOVIMENTO FORZAPOPOLARE

La più bella definizione di socialismo si trova in Carlo Rosselli: “Il socialismo non è né la socializzazione, né il proletariato al potere e neppure la materiale eguaglianza. Il socialismo, colto nel suo aspetto essenziale, è l’attuazione progressiva della idea di libertà e di giustizia tra gli uomini: idea innata che giace, più o meno sepolta dalle incrostazioni dei secoli, al fondo d’ogni essere umano; sforzo progressivo di assicurare a tutti gli umani una eguale possibilità di vivere la vita che solo è degna di questo nome, sottraendoli alla schiavitù della materia e dei materiali bisogni che oggi ancora domina il maggior numero; possibilità di svolgere liberamente la loro personalità, in una continua lotta di perfezionamento contro gli istinti primitivi e bestiali e contro le corruzioni di una civiltà troppo preda al demonio del successo e del denaro“.

L’anima cristiana di Forza del Popolo contempla con occhi mortali il cielo infinito, alla ricerca di una bussola in ordine alle scelte da compiere: vuole difendere la moralità nel vivere quotidiano, strappare i giovani alla corruzione dei costumi, premiare il merito paziente, garantire la giustizia in ogni circostanza della vita, l’onestà nelle istituzioni, proteggere la dignità dell’essere umano, incoraggiare e difendere la famiglia intesa come società naturale fondata sul matrimonio, la vita sin dal suo concepimento, assicurare ai bambini più protezione di quella di cui oggi godono, anzi rendere l’intera vita sociale a misura di bambino, propugna l’uguaglianza degli uomini e la loro assoluta libertà. Per il cristianesimo, Dio ha dato agli uomini il libero arbitrio e non è giusto che alcuni di essi si arroghino il diritto di toglierlo, privando gli uomini della libertà fisica e di quella morale attraverso la diffusione scientifica dell’ignoranza, vera causa di ogni male.

Forza del Popolo adotta la Dottrina Sociale come sistema ragionato di idee; non ci si riferisce quindi tout court alla religione, bensì al suo nucleo ideologico, apprezzato da un punto di vista sociale e dei rapporti economici.

Nel diciannovesimo secolo lo statunitense Henry David Thoreau rilevava che “Il Nuovo Testamento, anche se forse non ho il diritto di dirlo, è stato scritto da milleottocento anni; eppure, dov’è il legislatore che abbia sufficiente saggezza e capacità pratica da servirsi della luce che esso getta sulla scienza della legislazione?“. Pari considerazione Forza del Popolo rivolge al cristianesimo sociale per la sua teoria economica dall’enorme portata rivoluzionaria.

Va precisato che il movimento forzapopolare è laico, equidistante rispetto a tutte le fedi ed alle “non fedi”, non intendendo per nessuna ragione dare preferenza alcuna ad un credo, giacché – ad esempio – una cosa è ispirarsi al messaggio di Cristo, altra cosa è praticare la disuguaglianza per ragioni di credo religioso, pratica che lo stesso Vangelo censurerebbe imponendo di “non giudicare le cose secondo le apparenze, ma di giudicarle con retto giudizio“.

Il richiamo alla spiritualità potrebbe far pensare che il movimento non sia aperto agli atei e ai non credenti, ma non è così. Forza del Popolo non chiede di affermarsi credenti, cristiani o altro. Il movimento è orientato ai principi cristiani che anche l’ateo o il non credente possono condividere come fondamentali del senso morale universale.

Sia il socialismo sia il cristianesimo hanno come stella polare la difesa dei proletari, intesi non in senso politico-economico, ma in quello esistenziale di oppressi12. Ed, infatti, il vero comune-denominatore delle due ideologie consiste nell’attenzione che entrambe rivolgono a quanti, in un dato momento storico, possono essere considerati gli ultimi.

Per il socialista, lo Stato deve tutelare i poveri, gli ammalati, i carcerati, i lavoratori sfruttati, i precari o alienati, i disoccupati, gli anziani, i bambini, gli orfani, le vedove e tutti coloro che, per ragioni contingenti, hanno le tutele più basse rispetto alla norma.

Per il cristiano, il dovere è di pensare allo Stato avendo davanti a sé coloro a cui Gesù dedicò le beatitudini nel discorso della montagna, e cioè i poveri, gli afflitti, i miti, quelli che hanno fame e sete di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace ed i perseguitati a causa della giustizia.

Lev Tolstoj riconosceva questo tratto comune con il socialismo: “Che cosa è il socialismo, se non una protesta contro questa situazione estremamente anormale in cui si trova la maggior parte della popolazione del nostro continente?13“.

Il cuore delle due ideologie consiste esattamente nella tutela di tutte le categorie deboli, tutela che, lungi dal limitarsi alla mera protezione passiva o assistenzialista, deve invece spingere, ove possibile, nel senso dell’emancipazione dal bisogno stesso di tutela, individuando meccanismi tali da rendere forti ed autonomi coloro che per un certo momento sono deboli.

Per il socialista George Orwell: “Se una speranza resta, deve trovarsi fra i proletari, perché solo fra loro, fra quelle masse disprezzate e brulicanti che formano l’85 per cento della popolazione, può nascere la forza capace di distruggere i partiti. … Ma i proletari, se riuscissero in qualche modo a prendere coscienza della loro forza, non avrebbero bisogno di cospirare. Non dovrebbero fare altro che levarsi in piedi e scrollare le spalle, come un cavallo che scuote da sé le mosche. Se volessero, potrebbero fare a pezzi i partiti domani stesso. Lo dovrebbero pur fare, prima o poi.” (da “1984”).

Ed a chi dice che la rivoluzione dei cuori non può far breccia sul popolo, si risponde citando ancora una volta Rosselli: “In verità la massa non è vero sia negata ad ogni appello che faccia leva su motivi non strettamente utilitari. Nella vita di tutti gli uomini, anche i più poveri, anche i più abbrutiti, c’è posto per momenti di riscatto e di catarsi. Nell’ambito familiare questi momenti idealistici tutti li riconoscono: è assurdo negarli nella sfera sociale. La storia di tutti i popoli conosce attimi, sia pure, ma di sublime bellezza, in cui folle intere si apersero ad una visione elevata e disinteressata. … Né alcuno sarà mai indotto ai sacrifici indispensabili di una battaglia rivoluzionaria con la sola molla dell’interesse personale“.

La cultura liberale merita d’essere condivisa solo laddove persegua il bene comune. Dal punto di vista economico, è imprescindibile la voce liberale, perché strenua è la sua critica ad uno Stato accentratore, spremiagrumi e parassitario, forte è il richiamo al valore morale innato attribuito alla libertà di coscienza. La più bella definizione di liberalismo si rinviene sempre in Carlo Rosselli. “Nella sua più semplice espressione il liberalismo può definirsi come quella teoria politica che, partendo dal presupposto della libertà dello spirito umano, dichiara la libertà supremo fine, supremo mezzo, suprema regola della umana convivenza. Fine, in quanto si propone di conseguire un regime di vita associata che assicuri a tutti gli uomini la possibilità di un pieno svolgimento della loro personalità. Mezzo, in quanto reputa che questa libertà non possa essere elargita od imposta, ma debba conquistarsi con duro personale travaglio nel perpetuo fluire delle generazioni. Esso concepisce la libertà non come un dato di natura, ma come divenire, sviluppo. Non si nasce, ma si diventa liberi.

E ci si conserva liberi solo mantenendo attiva e vigilante la coscienza della propria autonomia e costantemente esercitando le proprie libertà. La fede nella libertà è al tempo stesso una dichiarazione di fede nell’uomo, nella sua indefinita perfettibilità, nella sua capacità di autodeterminazione, nel suo innato senso di giustizia. Il liberale veramente tale è tutt’altro che uno scettico. È un credente, anche se combatte ogni affermazione dogmatica; è un ottimista, anche se ha della vita una concezione virile e drammatica“.

08 IL PRIMATO DELLA COSCIENZA

Forza del Popolo si riassume nella frase di Immanuel Kant, che poi fu scelta come epitaffio della sua tomba in quanto sintesi dell’intera sua filosofia, “il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me“: l’essere umano, quindi, è, e deve essere, libero da ogni costrizione esterna, deve avere al di fuori di sé, sopra di sé, soltanto il cielo stellato, mentre le regole di condotta devono provenire da dentro di lui, dalla sua coscienza. Ecco perché per Forza del Popolo il primato è della coscienza e non delle leggi o della politica. Ciò non equivale all’abdicazione della forza pubblica rispetto a fenomeni delinquenziali o criminali, anzi, proprio per preservare il primato della coscienza i reati vanno perseguiti con pene certe e proporzionate. Senza la coscienza si impone il legalismo, cioè la creazione esponenziale di regole prive di supporto morale, strumentale all’assoggettamento delle persone e alla loro riduzione in schiavitù.

La missione di Forza del Popolo è tesa principalmente a questo fine: fare in modo che il sistema politico sia frutto della volontà consapevole dei cittadini, disciplinandone il vivere quotidiano non per imposizione e per costrizione, quanto per una convinta adesione al principio, come presa di coscienza della giustizia insita nel comportamento preteso dallo Stato. La moral suasion, la persuasione morale, deve essere il principale strumento dello Stato per condurre la maggioranza dei cittadini verso l’accettazione cosciente delle regole. Laddove la moral suasion non risultasse sufficiente, gli strumenti coercitivi, sempre sanciti sulla base di espresse volontà popolari, subentrerebbero per rendere concretamente precettiva la norma violata.

Se non si cercherà di raggiungere questo risultato, se quindi il progresso della comunità politica non andrà in questa direzione, non potrà parlarsi di sovranità popolare in senso proprio. Un popolo è sovrano nella misura in cui è alto il suo senso di autodisciplina. Se non si opererà prima sul piano culturale, cercando di far comprendere ad ogni cittadino l’essenza della sua libertà, fino a quando, cioè, le leggi saranno imposte senza che il popolo sovrano le abbia volute convintamente, non si potrà parlare di stato civile e democratico. L’approccio alla volontà popolare deve essere come le moderne pedagogie infantili si muovono con i bambini: non si educa più a furia di sculacciate e rimproveri, ma parlando con voce sommessa e facendo comprendere l’importanza del vivere civile e la ricchezza e la gratificazione che possono derivare dalla convivenza con gli altri, rispettando le regole che il popolo medesimo si è dato14.

09 UGUAGLIANZA E LIBERTA’

Sul tema dell’uguaglianza è bello il ragionamento attribuito ad Abramo Lincoln nel film omonimo di Steven Spielberg. Parlando ad un giovane ingegnere, Lincoln affermava: “Sei un ingegnere? Devi conoscere gli assiomi e le nozioni comuni di Euclide. … La prima nozione comune di Euclide dice questo: cose uguali a una stessa cosa, sono uguali tra di loro. E’ una regola di ragionamento matematico, è vera perché è valida. Lo è sempre stata e sempre lo sarà. Nel suo libro Euclide dice che questo è di per sé evidente. Persino in quel libro vecchio di duemila anni sulle leggi della meccanica è verità di per sé stessa evidente che cose uguali a una stessa cosa sono uguali tra di loro. Cominciamo dall’uguaglianza, lì è l’origine, lì è equilibrio, lì è correttezza, lì è giustizia“.

Uguaglianza e libertà sono “cose uguali” alla vita e non può non citarsi una delle massime più belle che siano mai state formulate: “La libertà è il diritto dell’anima di respirare, e se essa non può prendere un respiro lungo, vuol dire che le leggi sono cinte troppo strette. Senza libertà l’uomo è una sincope15“, vale a dire un essere assolutamente privo di coscienza e di consapevolezza.

Uguaglianza e libertà camminano insieme, perché ove la libertà di qualcuno impedisca la libertà dell’altro si spezza l’equilibrio tra uguaglianza e libertà, determinando che qualcuno risulterà più libero di altri. L’implementazione della propria libertà non è riconducibile al bene comune ove comporti la sottrazione di libertà altrui. In tale specifica ottica, Orwell concludeva in Animal Farm che “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri“.

La libertà è un valore innato ed è necessariamente complementare dell’uguaglianza. La libertà “innata”, negata in via di principio da Rosselli, viene annichilita sul nascere proprio dalle diseguaglianze. “Nasciamo uguali, ma l’uguaglianza cessa dopo cinque minuti: dipende dalla ruvidezza del panno in cui siamo avvolti, dal colore della stanza in cui ci mettono, dalla qualità del latte che beviamo e dalla gentilezza della donna che ci prende in braccio16. Quindi, le battaglie contro le diseguaglianze sono in se stesse lotta d’emancipazione per il ripristino della libertà violata. L’ideale politico dell’uguaglianza, non a caso, si traduce sul piano del diritto come riconoscimento concreto di libertà, attraverso pari diritti e pari prerogative innanzi alla legge e alle autorità.

10 VERITA’ COME VALORE COSTITUZIONALE

La verità è un valore che senz’altro deve essere aggiunto tra quelli su cui deve fondarsi una nazione e desta non poco stupore che non via sia menzione della “verità” nella Costituzione italiana. Eppure, il principio di trasparenza della pubblica amministrazione non è altro che un corollario della verità, della possibilità che i cittadini devono avere di conoscere i documenti pubblici, di esaminarli, di valutarli e di farli annullare ove illegittimi. La verità è, poi, il valore cui tende la giustizia, civile, penale ed amministrativa: quante volte si sente dire ai familiari di vittime di reati di voler conoscere soltanto la verità? In quante circostanze s’è chiesto allo Stato di far verità sulle pagine infamanti che hanno segnato la storia della Repubblica? E non si chiede la verità anche ai mezzi d’informazione, ormai ridotti a scendiletto delle lobbies e del potere? Perché non si consacra la “verità” a diritto fondamentale dell’individuo?

Per il Mahatma Gandhi: “Dio ha tanti nomi, ma se dovessi sceglierne uno sceglierei quello di Verità“, per quanto essa, la verità, sia considerata unanimemente il fondamento di ogni altro valore.

Una delle promesse di Gesù dice: “la verità vi renderà liberi“; quindi lo Stato deve favorire la conoscenza della verità, perché soltanto attraverso di essa il popolo, ed ogni singola persona, può giungere alla libertà. In un altro passo Gesù afferma “Sarete veramente liberi” indirizzando lo scienziato francese Blaise Pascal17 a concludere che quella che generalmente si considera libertà, cioè la libertà politica, “è soltanto una figura di libertà“, una forma esteriore ed apparente, poiché con l’avverbio “veramente” Gesù faceva riferimento ad una dimensione ben più profonda di libertà, cui deve tendere ogni essere umano ed a cui deve tendere anche un intero popolo.

Uno stato che non riconosce la verità come diritto del cittadino e principio ordinamentale primario è una stato fondato sulla menzogna e sul relativismo.

La verità è la prima alleata del popolo nella lotta al potere. Quando Ponzio Pilato sentì Gesù parlare di verità, rispose “quid est veritas?” (“e qual è la verità?“), dando ennesima prova della generale e connaturata ritrosia del potere di fronte alla verità, giacché l’intorbidare la verità, il mistificarla è funzionale al mantenimento del potere. La verità, quindi, è la più grande nemica di ogni dittatura e di ogni autorità. Anche per questo motivo deve inserirsi un espresso ed inequivoco richiamo della verità nella Costituzione.

Certo la realtà sociale è molto complessa e nessuno ha la verità in tasca, tanto che non è facile individuare aprioristicamente i percorsi da seguire, finanche nella collocazione secondo le categorie “destra”, “centro”, “sinistra”.

Forza del Popolo prende le distanze dai partiti, cloache di propaganda menzognera, di servilismo clientelare e di promesse non mantenute.

Non si colloca a destra, ove si vantano facili soluzioni per problemi immensi. Woodie Allen, dall’alto della sua comicità, ha stigmatizzato con efficacia simili semplicismi: “In generale un’affermazione della destra è sempre una cattiva notizia, è sempre una faccenda pericolosa. Perché la destra dà risposte molto semplici, dirette a problemi enormi. Ci sono i senzatetto? Che se ne vadano. C’è un aumento di criminali? Ripristiniamo la pena di morte. Soluzioni che naturalmente non tentano di capire il perché dei fenomeni a cui vengono applicate. Al momento possono sembrare efficaci, ma fra venti anni sarà peggio e ne faranno le spese le generazioni del futuro che di nuovo si troveranno di fronte problemi gravissimi“.

Forza del Popolo prende le distanze anche dai partiti cosiddetti di sinistra, che hanno mostrato nei decenni barcollamenti in un concetto tempestoso e flessibile di verità, possibilmente manipolabile per raggiungere strategicamente i fini prefissati, secondo la logica de “il fine giustifica i mezzi“. Così la menzogna è divenuta strumento di lotta politica, finanche strumento di governo delle masse, con l’apoteosi in sedicenti rottamatori fautori del più ortodosso gellismo.

Per Gandhi, “Il mezzo può essere paragonato a un seme, il fine a un albero; e tra mezzo e fine vi è esattamente lo stesso inviolabile nesso che c’è tra seme e albero“. Seguendo la similitudine, nessun nobile fine, per quanto aulicamente indorato, può essere tale se i mezzi adoperati per raggiungerlo sono miserrimi e immorali.

Al contrario, il mezzo costruisce il fine, quindi la verità come mezzo – cioè come metodo – edifica il fine, l’obiettivo perseguito, che coincide con la verità medesima.

In definitiva, si parte dalla verità e si finisce nella verità, ciò a dire che non vi sono buone azioni o buona politica fuori dalla verità e nessun nobile fine può sacrificare, in nome della strategia politica, la verità, perché con il sacrificio della verità sull’altare di una finta conquista sociale si opprimono alla radice tutte le altre libertà.

Lo strumento più forte che Forza del Popolo ha a disposizione nella battaglia è la verità, come atto rivoluzionario più potente, in grado di abbattere decenni di menzogne atte a nascondere agli occhi dei più la barbarie, spacciandola per stato di diritto. “Nel tempo dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario (George Orwell, La fattoria degli animali, 1945).

11 FORZA DEL POPOLO, MOVIMENTO GIUSNATURALE

Per il movimento forzapopolare non si possono fare scelte politiche secondo valutazioni e categorie pregiudiziali. Ogni scelta va vagliata sempre secondo criteri logici e per singoli casi concreti. La scelta dei percorsi politici deve sempre alimentarsi del dubbio d’incappare nell’errore, affinché, ove lo stesso venga ravvisato anche in corsa, si corregga e si faccia marcia indietro, se non altro al fine di limitare le conseguenze negative della scelta iniziale. Una cosa è certa: non esiste una strada già tracciata a cui affidarsi per non sbagliare, perché in ogni fatto occorre un esame razionale e lungimirante che deriva proprio dalla costante ricerca della verità.

Elio Vittorini condivise in una lettera rivolta a Palmiro Togliatti un concetto per certi aspetti simile: “Qualche compagno pensa che non essendo (o non chiamandomi) marxista, io non possegga la verità, e dovrei fare a meno di parlare, per coerenza di comunista. … Il diritto di parlare non deriva agli uomini dal fatto di “possedere la verità”. Deriva, piuttosto, dal fatto che “si cerca la verità”. E guai se non fosse così soltanto! Guai se si volesse legarlo ad una sicurezza di possesso della verità! Lo si legherebbe alla presunzione del possedere la verità, e non parlerebbero che i predicatori, i retori, gli arcadi, tutti coloro che non cercano. La cultura ridiventerebbe clericale come era prima del Protestantesimo, o darebbe di nuovo lo spettacolo filisteo che tanto sconcertava Carlo Marx nella Germania del suo tempo. Se Marx pensava che attraverso il suo metodo si dovesse farla finita per sempre con ogni forma di filisteismo era perché appunto pensava che il suo metodo fosse di ricerca e non di possesso, e perché appunto pensava che tutto il parlare degli uomini dovesse ormai avvenire in funzione di ricerca e non di possesso. … E che il partito abbia dichiarato, in occasione del suo V congresso nazionale, di non porre ai militanti degli obblighi ideologici ha avuto per me un significato molto più importante di quello d’un semplice riconoscimento della realtà nella quale io avevo la mia parte tra centomila e centomila18“.

La storia dimostra che tutti i più grandi errori dell’umanità non sono derivati da scelte estemporanee, ma da convinzioni, da vizi culturali, da errati procedimenti di formazione di una volontà, anche della maggioranza di un popolo, talvolta frutto di fanatismo, talaltra di un finto progresso. Non sono i crimini individuali a stupire: i delinquenti, anche feroci, sono esistiti ed esisteranno sempre. Ad impressionare sono, invece, quei momenti della storia in cui pensieri errati e convinzioni viziate hanno trovato l’appoggio del potere e della legge, fino a divenire essi stessi Stato, Legge, Potere, Morale.

In tali scenari tetri si è attuata l’applicazione scientifica e legale di modi di pensare contrari alla stessa natura. Per questo è importante più dell’idea di verità (che appartiene solo a Dio), la costante ricerca della verità da parte degli uomini. I governi possono tentare, infatti, di spacciare per verità la convinzione di pochi se essa risponde ad interessi di ben precise lobbies: si pensi alla considerazione dei disabili durante il nazismo, all’abominio dell’aborto, al reato di omosessualità vigente in molti paesi occidentali fino al secolo scorso, all’odierno attacco alla famiglia e all’infanzia con teorie gender, in nome di un non meglio specificato progressismo, con l’assimilazione alla famiglia di società surrogate “in step” che le leggi di natura non consentono. Se sarà tenuta alta la ricerca delle verità, il suo spirito verrà fuori e “convincerà il mondo quanto all’errore, quanto alla giustizia e quanto al giudizio19“.

In questa prospettiva, persino il diritto positivo non ha nessuna valenza ed anche le leggi dello Stato (almeno dello Stato come oggi strutturato in Italia) non meritano di per sé stesse d’essere obbedite, condividendosi l’intuizione di Sant’Agostino secondo cui “una legge ingiusta non è affatto una legge“, perché obiettivo dello Stato e della Legge è la giustizia.

Certo deve sempre tenersi in mente che in natura la legge sociale primordiale è quella del più forte. Tuttavia, nell’evoluzione civile dei popoli il concetto di legge naturale non va più correlato alla forza bruta di distruggere, di uccidere, di sottomettere fisicamente, bensì si esprime nelle opposte forze della ragione, di difendere, tutelare, proteggere, soddisfare bisogni a partire dai più deboli.

Una dimensione, questa, perfettamente naturale, culmine di un processo pedagogico sociale millenario, progredito anche per la concreta sperimentazione delle sofferenze che comporta la “legge del più forte”.

La primordiale legge del più forte è oggi riassumibile nella moderna parola “mafia”, ove coincidono le dinamiche di prevaricazione in assoluto incompatibili con lo Stato di diritto, ispirato alla ragione e non alla forza. Come nello Stato di diritto non vi è posto per la “mafia” (così dovrebbe essere), tanto come concetto quanto come organizzazioni criminali, allo stesso mondo non vi può essere spazio per alcun residuo o retaggio culturale tendente all’affermazione, foss’anche solo in linea di principio, di un’immanente legge naturale che vorrebbe il più forte legittimato a comandare, in lesione del principio di uguaglianza. Si nasce liberi e uguali, quindi non vi sono più forti e più liberi e meno forti e meno liberi. La libertà non deriva dalla forza, ma dalla ragione, che è parte della natura dell’uomo, e lo Stato di diritto sorge proprio per impedire il governo della forza.

12 I RISCHI DEL RADICALISMO IDEOLOGICO

Il nucleo essenziale del socialismo, del cristianesimo sociale e della cultura liberale per come definita da Rosselli, fa sì che ognuna ideologia costituisca il contraltare dell’altra. Ciò può essere gradito o no, può costituire oggetto di confronto tra eterodossi e ortodossi di ogni fede politica, ma è necessario, anzitutto per assolvere ad un dovere di responsabilità. Infatti, ogni ideologia singolarmente considerata continua a comportare concretamente il rischio di far ritornare le masse nella dimensione dei radicalismi tragicamente conosciuti nel Novecento. Nazismo, comunismo e capitalismo sono state lente degenerazioni ideologiche che giorno dopo giorno hanno instillato nel popolo odio, rassegnazione ed egoismo, fino a trasformare l’essere umano in demone, in bestia, in alieno.

Per il socialismo il rischio è l’immanentismo, a cui seguirebbe il progressismo, sub-ideologia bipartisan che vorrebbe la liberazione dell’uomo da ogni asservimento materiale e spirituale annullandone il senso spirituale tout court, come a volere risolvere la carie estraendo tutti i denti. Il progressimo “socialisticheggiante” riporrebbe tutte le speranze nell’annichilimento della dimensione spiriturale della persona umana. “È possibile che vi accontentiate di vivere in un mondo in cui lo spirito è morto?“, l’estremo interrogativo di Kimitake Hiraoka, in arte Yukio Mishima, condivisa appena un attimo prima di suicidarsi, gridata a quanti lo stavano a guardare mentre si lasciava cadere dal cornicione di un edificio. Sintesi perfetta di quello che produce l’annichilimento dello spirito umano. Lo smarrimento della dimensione spirituale conduce l’uomo alla disperazione, al non senso, alla volontà suicida. Non può, quindi, essere avallata l’idea “socialisticheggiante” del comunismo che disegna una vita collettiva priva di volti, tutta protesa sulle realtà materiali, perché il socialismo semplicisticamente definito “ateo”, quindi il comunismo, in realtà ateo non lo è mai stato, per quanto si è impegnato ad inculcare la sua religione del vuoto, i suoi dogmi del nulla, i suoi mantra del non senso.

In nome della negazione delle religioni, il comunismo ateo, figlio del socialismo progressista nichilista, si è fatto religione esso stesso e con i suoi “sacerdoti” ha praticato l’occultimo, ha perseguitato i suoi governati, ha stretto alleanze con le massonerie, quindi con le elite del capitalismo, infine tradito i suoi ideali.

Per Forza del Popolo, lo Stato deve disinteressarsi delle religioni, nel senso che non può immischiarsi nelle legittime diatribe tra i cultori dei rispettivi dogmi, ma deve trattare i governati come esseri umani, dotati di personalità, creatività, emotività, tutti aspetti riferibili alla categoria dello “spirito”.

Il rischio di seguire una rotta “materialistica”, magari mascherata da logiche utilitaristiche o edonistiche, è quello che l’azione politica finisca col degradare la natura dell’uomo a quella propria degli animali, legittimando così la legge del più forte e la trasformazione della comunità dei governati in greggi e la comunità dei governanti in branchi.

Per il cristianesimo il rischio è la rassegnazione, la tendenza cioé, proveniente da molti ambienti, a non resistere e a non reagire alle storture della vita, nella convinzione che poi, nell’aldilà, vi sarà una punizione per i malvagi ed una ricompensa per i giusti.

Ho sempre pensato che se una religione dichiara di preoccuparsi dell’anima degli uomini senza manifestare altrettanta preoccupazione per i quartieri degradati …, per le condizioni economiche che li regolano, per le condizioni sociali che li paralizzano, quella religione è spiritualmente moribonda e aspetta soltanto la sepoltura” (Martin Luther King).

Altro rischio è costituito dal dogmatismo integralista, in quell’atteggiamento che, abdicando alla ragione, demanda a determinate autorità il compito di indicare la strada, che viene poi seguita per fede e senza alcun senso critico.

In questo senso, il forzapopolare, prendendo in prestito le parole di Bazàrov, il protagonista di “Padri e figli” dello scrittore russo Ivan Sergeevič Turgenev, “non s’inchina davanti all’autorità di nessuno e non accetta nessun principio, anche se si tratta di un principio cui tutti obbediscono“.

Il rischio del liberalismo consiste nell’assecondare la competizione tra gli uomini nella convinzione che il progresso sociale derivi proprio dalle spinte individualistiche all’affermazione personale. In forza di queste spinte ritiene di non dover intervenire nel presupposto che la società abbia una sorta di selezione naturale, in cui se qualcuno resta indietro è, probabilmente, perché non meritava di stare avanti. In questa competizione, per certi aspetti cinica, non v’è spazio per il sostegno e la solidarietà. Il socialismo ed il cristianesimo, da questo punto di vista, possono coniugare all’idea liberale il senso della solidarietà e della responsabilità collettiva.

Come ha scritto Karl Popper “La libertà […] distrugge se stessa se è illimitata. La libertà illimitata significa che un uomo forte è libero di tiranneggiare un debole e di privarlo della sua libertà. Questa è la ragione per cui chiediamo che lo stato limiti in qualche misura la libertà, in modo che la libertà di ciascuno risulti protetta dalla legge. Nessuno dev’essere alla mercé di altri ma a tutti si deve riconoscere il diritto di essere protetti dallo Stato20“.

La storia, anche recente, ha messo in guardia dai rischi degli eccessi di libertà economica, noti col nome di ultracapitalismo, che hanno condotto il mondo verso la dittatura del sistema finanziario, ma essi sono cosa ben diversa dai sacrosanti principi di sburocratizzazione e riduzione al minimo della pressione fiscale propugnati dalla cultura liberale classica. La libertà economica, quindi, non deve mai trasformarsi in capitalismo, in potere e predominio del capitale sulle persone. La linea di confine tra il dovere pubblico e l’iniziativa privata sta nel bisogno umano. I beni pubblici essenziali, quindi, sono di esclusiva competenza del pubblico, mentre nella gestione di essi il privato non può interferire, non esistendo in verità alcuna “mano invisibile” capace di correggere gli squilibri creati nel momento in cui lo Stato ceda le sue basilari prerogative al privato secondo le più degenerate logiche liberiste, che Forza del Popolo contrasta fermamente.

13 L’UOMO AL CENTRO DELL’AGIRE POLITICO

Forza del Popolo intende il popolo nella sua dimensione di persona umana. Quindi, la persona è al centro della nostra visione politica, della nostra concezione di Stato. Lo Stato non può essere il leviatano libero di fagocitare i suoi sudditi. Lo Stato, per di più, non deve avere sudditi, ma liberi cittadini sovrani. La tesi dell’esistenza dei poteri statali è perciò incompatibile con la sovranità popolare. Al centro di tutto deve esservi la persona, ed è alla persona, idealmente indicata nel “popolo”, che deve attribuirsi la supremazia della volontà nell’ordinamento. Mai la volontà popolare può essere surrogata, attraverso leggi elettorali che consentano il suo annichilimento, dal dispotismo di entità giuridiche ultronee rispetto alle Istituzioni costituzionali.

La tirannide si fonda sulla indiscriminata e violenta imposizione della volontà del più forte, mentre la democrazia si fonda sulla ragione di processi elettorali che consentono la rappresentazione e la mediazione delle volontà popolari.

Per questo tirannide e democrazia sono non solo incompatibili, ma esatti opposti e contrari.

Uno Stato dipinto come soggetto superiore rispetto al popolo è tirannide. Uno Stato vissuto con il cuore pulsante del popolo è democrazia. In tale cornice, non si pone in discussione una verità essenziale, cioè che l’individuo preesiste allo Stato e continua ad esistere, nella sua individualità, anche al cambiamento di regime o al crollo del sistema.

Lo statalismo consiste anzitutto nel definire irragionevolmente lo stato come entità superiore preesistente agli individui e, al pari di ogni integralismo, è posta al di sopra e prima dell’uomo un’entità astratta utilizzata da alcuni individui per sottomettere tutti gli altri. Lo stato, in tale ottica, è una finzione utilizzata da minoranze per soggiogare la maggioranza.

Tuttavia, lo Stato in quanto strumento è senz’altro necessario, perché per impedire che prevalga la “legge del più forte”, quindi la “mafia” nel suo senso più autentico, occorre che gli uomini si consocino attorno ad un patto (sic est con la Costituzione italiana). Ciò perché “ubi societas ibi ius” (dove c’è una società, lì vi è il diritto), a dire che senza lo Stato la società dei preesistenti individui non potrebbe reggersi per mancanza delle regole, del diritto, che coincide con lo Stato medesimo, non a caso definito Stato di Diritto per distinguerlo dalle altre forme storiche statuali.

Ma il sistema giuridico trae legittimazione dalla preesistente società e non può porsi al di sopra di essa. Come la Costituzione è stata partorita da una preesistente Assemblea Costituente, al pari lo Stato non può discostarsi dalla sovranità del popolo (“la sovranità appartiene al popolo“).

Quanto sin qui delineato non costituisce uno sterile esercizio verbale, ma è il cuore pulsante della democrazia. Difatti, aderendo alle impostazioni positivistiche dello statalismo si finisce nel pentolone dei totalitarismi, per come conosciuti nel Novecento, ove entità rivestite di un’aura di superiorità, addirittura di sacralità, hanno assunto un potere temporale assoluto esercitato da folli, nutriti dei propri complessi esistenziali e mossi per capriccio, sete di potere, prurito di autoaffermazione storica.

Occorre, al contrario, conferire valore alla persona, subordinando il sistema alla realizzazione integrale della persona.

Per Carlo Rosselli, “L‘ultimo e solo fine appare l’uomo, l’individuo concreto, cellula prima e fondamentale; ovvero la società, ma solo in quanto con questo nome si designi un aggregato di individualità e si abbia riguardo al maggior numero. Ché la società in quanto organizzazione, è mezzo a fine, è strumento al servizio degli uomini, e non di entità metafisiche, siano esse la Patria, o il Comunismo. Non esistono fini della società che non siano, al tempo stesso, fini dell’individuo, in quanto personalità morale; anzi questi fini non hanno vita se non quando siano profondamente vissuti nell’intimo delle coscienze. La giustizia, la morale, il diritto, la libertà non si realizzano se non per quel tanto che si realizzano nelle singole individualità. Uno Stato giusto non è quello le cui leggi si ispirano a un astratto criterio di giustizia, ma quello in cui i suoi componenti si ispirano nella loro attività concreta a una regola di giustizia. Uno Stato libero vuole prima e soprattutto uomini liberi. E uno Stato socialista spiriti socialisti. Io non esito a dichiarare che la rivoluzione socialista sarà tale, in ultima analisi, solo in quanto la trasformazione della organizzazione sociale si accompagnerà ad una rivoluzione morale, cioè alla conquista, perpetuamente rinnovantesi, di una umanità qualitativamente migliore, più buona, più giusta, più spirituale“. Allo stesso modo, per Henry David Thoreau, “Non vi sarà mai uno Stato realmente libero ed illuminato, finché lo Stato non giunga a riconoscere l’individuo come un potere più elevato ed indipendente, dal quale derivino tutto il suo potere e la sua autorità, e finché esso non lo tratti di conseguenza“. La persona è il centro dell’idea forzapopolare di Stato, persona identificata nel concetto di popolo sovrano. Charlie Chaplin nel discorso finale del “Grande Dittatore” giungeva alla sagace conclusione che: “Nel diciassettesimo capitolo di San Luca è scritto che il Regno di Dio è dentro l’uomo, non di un uomo né di un gruppo di uomini, ma in tutti gli uomini, in tutti voi, voi, il popolo, avete il potere, il potere di creare macchine, di creare felicità, voi, il popolo, avete il potere di rendere questa vita libera e bella, di fare di questa vita una splendida avventura“.

14 NUOVO RAPPORTO STATO/PERSONA: AUTONOMIA / FEDERALISMO

Il movimento redigerà, di volta in volta, e su scale diverse, i programmi elettorali e di governo, non essendo questo il luogo più indicato per elencare le misure concrete che abbisognano d’attuazione.

In questa sede può solo dirsi che va messa da canto qualsiasi volontà riformista. Non c’è nulla da riformare, ma si deve fare “tabula rasa” del passato per approdare ad una nuova Italia, in cui i precedenti pseudo valori ed i precedenti vizi vanno rifuggiti come il peggior dei mali.

Per Fernando Pessoariformare significa essere incapaci di correggersi“; la riforma, quindi, si pone come tentativo di cambiare tutto per non cambiare niente, un gattopardismo di cui i politici italiani, abili trasformisti, sono specializzati. La gattopardite trasformistica di chi, avendo fatto il male dell’Italia, si adatta alla situazione di malessere della società italiana e simula la promozione di un cambiamento, è la terribile malattia intellettuale da cui guardarsi, per non adagiarsi su strutture ben congeniate di captazione del consenso e di gestione del potere. Tabula rasa vuol dire “defenestrazione” di tutti coloro che hanno avuto il compito di governare ed hanno pasciuto se stessi. A queste persone non va offerta alcuna ulteriore possibilità di riscatto o di riabilitazione, va impedita per legge la partecipazione alle elezioni, sull’assunto che se per almeno otto anni ti sei occupato della cosa pubblica, non hai più nulla da dire né da dare alla comunità, hai già giocato le tue carte.

Certo, nel medesimo scritto21, Pessoa mette all’indice insieme ai riformatori anche i rivoluzionari come noi, perché li identifica, erroneamente, in violenti ed invasati. Ma è la storia che dimostra che per essere rivoluzionari non occorre necessariamente lo spargimento del sangue. Anzi le uniche rivoluzioni che hanno sortito effetti duraturi sono state quelle pacifiche. Martin Luther King e Gandhi, ad esempio, non furono dei sanguinari, eppure riuscirono a sovvertire i sistemi politici che ritenevano ingiusti.

In quest’ottica, e riprendendo le tesi di uno dei maggiori intellettuali socialisti del secolo scorso, non c’è nulla di immorale nella violenza, se la si intende come azione di rivolta interiore contro la forza dell’autorità statale.

D’altro canto non è neppure vero che i rivoluzionari siano degli invasati, o, secondo un’espressione più comprensibile, degli utopisti.

Per Elio Vittorini “il rivoluzionario si rifiuta in effetti, e non solo da oggi, di servire un’utopia. … Il fatto ch’egli persista a voler operare una trasformazione nel mondo indica che persiste a volere una violenza. Però ne vuole una e non un’altra. L’accetta per necessaria sotto una certa forma e la respinge sotto un’altra forma. Cioè non pone più la propria istanza rivoluzionaria su un piano semplicemente logico. Ormai la pone su un piano morale. … noi siamo in uno dei momenti più alti della storia umana. Siamo in un momento in cui lo sforzo rivoluzionario di trasformazione del mondo è diventato, per eccellenza, attività morale22“.

Forza del Popolo vuole una Repubblica Federale Italiana di Regioni Autonome. Il federalismo caratterizza gli Stati più evoluti, accentua per il conseguente decentramento amministrativo la responsabilità politica dei governanti, accorcia le distanze tra governanti e governati. Quindi è scelta ottimale per il mantenimento delle libertà individuali.

Il sistema federale si oppone alla radice a quello centralista del contratto sociale di Rousseau, in cui ai nominati a maggioranza vengono attribuite dai cittadini tutte le loro libertà. Per tale impostazione, abbracciata da importanti movimenti dell’antipolitica italiana, l’uguaglianza consisterebbe nel “ciascuno mette in comune la sua persona e tutto il suo potere sotto la suprema direzione della volontà generale“.

Un’impostanzione inconstituzionale, posto il principio del divieto di mandato imperativo, quindi dell’assenza di un vincolo di mandato, che conferisce un potere libero non solo nell’astratta individuazione degli interessi dei cittadini, ma anche nelle modalità per il loro perseguimento.

Affermava opportunamente Proudhon: “E non solo lo Stato è spinto dalla sua logica intrinseca ad appropriarsi dell’azione sociale, ma anche a centralizzare e unificare in una sola direzione la pluralità della vita collettiva. Questo movimento, che comporta l’aumento continuo delle funzioni statali a spese dell’iniziativa individuale, corporativa, comunale e sociale, una volta iniziato, tende incessantemente a crescere, a invadere tutta la società, perché la centralizzazione è per sua natura espansiva, invadente … non ha che l’universo come confini“.

Occorre, quindi, uscire dall’impostazione rousseiana del contratto sociale, che attribuisce ai nominati il potere illimitato e centralizzato di agire in nome del popolo, anche in assenza di un vero e formale conferimento di attribuzioni, impostazione prevalente, anche se a vasti tratti inconsapevolmente, in tutti i partiti odiernamente presenti in Parlamento.

Tanto quanto vi è espansione dell’autorità centrale, tanto quanto consegue la soppressione della libertà individuale e la persecuzione del popolo chiamato a finanziare i capricci dei governanti ed il monumento burocratico da essi creato.

Non può confidarsi nella perenne esistenza di una classe politica equilibrata ed onesta che si mantenga fedele ad un astratto patto con il popolo, perché, presto o tardi, la classe politica, o le generazioni successive, cederanno all’arbitrio ed alla prevaricazione: la storia lo ha dimostrato con rigore scientifico e l’attualità ci riconsegna a questa fotografia.

Per Proudhon, “L’esperienza mostra, in realtà, che per quanto popolare possa essere stata la sua origine il governo si è schierato sempre e ovunque dalla parte della classe più colta e più ricca contro quella più povera e più numerosa; che, dopo essersi mostrato per un po’ di tempo liberale, a poco a poco è diventato governo d’eccezione, esclusivo; che infine, invece di sostenere la libertà e l’uguaglianza fra tutti, ha fatto di tutto per distruggerle, in virtù della sua inclinazione naturale al privilegio. … L’autorità, difendendo i diritti di fatto stabiliti, proteggendo gli interessi acquisiti, si è schierata sempre dalla parte della ricchezza e contro la povertà: la storia dei governi è il martirologio del proletariato“. Accade sempre, infatti, che gli interessi lobbistici e speculativi, o le stesse egoistiche volontà di potenza insite nell’uomo, finiscano col prevalere ponendo in essere leggi a scapito del popolo e tutte a vantaggio loro e delle lobbies che rappresentano. Per Lev Tolstoj, “oltre che il potere corrompe gli uomini, i calcoli o la tendenza incosciente di coloro che lo possiedono, avranno sempre per obiettivo il massimo indebolimento possibile dei violentati, poiché, più essi sono deboli, meno sforzi occorrono per dominarli“.

Forza del Popolo ritiene che con il sistema federativo proudhoniano non sarà più possibile incappare in simili inconvenienti, in simili aporie del sistema centralizzato. Secondo le parole di Proudhon “Il ventesimo secolo aprirà l’era delle federazioni, oppure l’umanità ricomincerà un purgatorio di mille anni. … Avendo sempre i pregiudizi e gli abusi d’ogni genere pullulato e infierito con grande intensità … la libertà è rimasta imprigionata in una camicia di forza e la civiltà impantanata in un invincibile status quo“.

Fanno pena gli uomini che hanno affollato i recenti governi nazionali, tutti indaffarati a trovare la ricetta giusta per riprendersi dalla crisi. Le generazioni più anziane, in un franco riconoscimento del proprio fallimento e nella totale perdita della bussola, hanno addirittura consegnato il paese ad una categoria di apparenti giovani sperando di essere da loro tratte in salvo. Ma se gli ingredienti sono sbagliati e la ricetta è capovolta come può mai venire qualcosa di buono? Tutti i governi insistono pervicacemente nel tirare la troppo stretta coperta del fabbisogno pubblico, ora da un lato ora dall’altro, nella speranza di azzeccare a chi togliere e a chi dare, nella speranza superstiziosa che la ripresa possa spuntare come un coniglio dal cappello di un mago, magari tagliando l’un per cento delle imposte alle imprese o riconoscendo una manciata di euro in più ai lavoratori. Tutte le ricette con simili ingredienti sono state sbagliate e non potranno mai consentire l’uscita dalla crisi. L’unico e vero rimedio è soltanto il patto federativo.

L’accusa di Proudhon a Rousseau è feroce e salace ad un tempo ed assolutamente condivisibile.

Per Rousseau il contratto sociale è un atto con il quale si istituiscono degli arbitri, scelti dai cittadini, al di fuori di ogni convenzione preliminare, per tutti i casi di contestazione, lite, frode o violenza che possono presentarsi nei rapporti che a loro piacerà in seguito intrecciare; e vengono investiti, questi arbitri, di una forza sufficiente per dare esecuzione alle loro sentenze e farsi pagare le vacazioni. … Nel libro di Rousseau non c’è traccia di un contratto positivo, reale, o basato su qualche interesse concreto … In verità, cittadino di Ginevra, voi dite cose giustissime. Ma prima di parlarmi del sovrano e del principe, delle guardie e del giudice, mi dite almeno per che cosa dovrei partecipare al contratto? Come! Voi mi fate firmare un atto in virtù del quale io posso essere perseguito per mille contravvenzioni dalla polizia urbana, rurale, fluviale, forestale ecc.; vedermi tradotto davanti ai tribunali, giudicato, condannato per danno, truffa, razzia, rapina, bancarotta, devastazione, disobbedienza alle leggi dello Stato, offesa alla morale pubblica, vagabondaggio; e in quest’atto non trovo una parola né sui miei diritti, né sui miei obblighi: vedo solo pene! … Ma ogni pena presuppone un dovere, senza dubbio, e a ogni dovere corrisponde un diritto. Ebbene, dove sono, nel vostro contratto, i miei diritti e i miei doveri? che cosa ho promesso ai miei concittadini? ed essi, a me, che cosa hanno promesso? …

Bisogna che lo diciate: altrimenti il vostro sistema delle pene è un eccesso di potere; il vostro Stato di diritto, una flagrante usurpazione; la vostra polizia, le vostre sentenze e le vostre esecuzioni, altrettanti atti abusivi. Voi che avete così ben negato la proprietà, che avete messo sotto accusa con magniloquenza la disuguaglianza delle condizioni tra gli uomini, quale condizione, quale posto mi avete destinato nella vostra repubblica per sentirvi in diritto di giudicarmi, di mettermi in carcere, di togliermi la vita e l’onore? Perfido retore, avete gridato tanto contro gli sfruttatori e i tiranni solo per consegnarmi ad essi indifeso?“.

Proudhon intende risolvere il problema di fondo attraverso l’equilibrio tra i due elementi contrari che caratterizzano un sistema politico: l’autorità e la libertà, in cui la seconda è garantita nella misura in cui la prima, lungi dall’essere accentrata, è distribuita tra diverse entità periferiche che, in rapporto paritario tra di loro, si impegnano reciprocamente all’osservanza di un patto dai contenuti ben definiti.

Secondo Proudhon, il contratto politico non acquista tutta la sua dignità e moralità se non a condizione di essere sinallagmatico, deve cioè prevedere una controprestazione, e commutativo, vale a dire reciproco tra i federati.

Contestualmente il contratto politico deve essere circoscritto, riguardo al suo oggetto, entro certi limiti. Affinché il contratto politico risponda alla condizione sinallagmatica e commutativa che l’idea stessa di democrazia esige, affinché, contenuto in giusti limiti, resti vantaggioso e comodo per tutti, bisogna che il cittadino, entrando in questa società abbia a ricevere dallo Stato tanto quanto egli sacrifica allo Stato e che conservi tutta la propria libertà, la propria sovranità e il diritto di iniziativa, salvo che per la parte relativa allo speciale oggetto per il quale si è fatto il contratto e si è chiesta la garanzia allo Stato.

Così regolato e inteso, il contratto politico diventa una federazione. Federazione, dal latino foedus, genitivo foederis, significa patto, contratto, trattato, convenzione, alleanza; è, quindi, una convenzione in virtù della quale uno o più capi di famiglia, uno o più comuni, uno o più gruppi di comuni e stati, si obbligano reciprocamente e su un piede di uguaglianza gli uni verso gli altri, per uno o più scopi particolari, che diventano da quel momento particolare ed esclusiva incombenza dei delegati della federazione, motivo stesso dell’esistere di quella federazione.

Per Proudhon, “Quello che fa l’essenza e il carattere del contratto federale è che in tale sistema i contraenti, capi di famiglia o comuni, cantoni, province o stati, non solo si impegnano bilateralmente e commutativamente gli uni verso gli altri, ma si riservano singolarmente, nel formare il patto, una quantità di diritti, di libertà, di autorità, di proprietà, maggiore di quella che essi sacrificano …. Qualsiasi impegno, anche sinallagmatico e commutativo, che, chiedendo agli associati la totalità dei loro sforzi, non lascia nulla alla loro indipendenza e li rende completamente votati all’associazione, è un impegno eccessivo, che ripugna tanto al cittadino come al privato individuo. … viceversa le attribuzioni delle autorità federali non potranno mai prevalere in numero e peso su quelle delle autorità comunali e provinciali, così come queste non potranno condizionare eccessivamente i diritti e le prerogative dell’uomo e del cittadino. … In conclusione: il sistema federativo è esattamente il contrario della gerarchia o centralizzazione amministrativa e governativa, che è il contrassegno, indistintamente, delle democrazie imperiali, delle monarchie costituzionali e delle repubbliche unitarie (per intenderci, come l’Italia attuale). … Nei governi centralizzati le attribuzioni del potere supremo si moltiplicano, si estendono, si fanno più dirette e immediate, accrescono le loro competenze sugli affari di province, comuni, corporazioni, e su quelli dei cittadini, in ragione diretta della superficie territoriale e della massa della popolazione. E ne viene quella schiacciante pressione sotto la quale sparisce ogni libertà, non solamente comunale e provinciale, ma individuale e nazionale23“.

Anche secondo Henry David Thoreau “L’autorità del governo … per essere pienamente giusta, deve avere l’approvazione ed il consenso dei governati. Esso non può avere diritti assoluti sulla mia persona o proprietà, al di fuori di quelli che io gli concedo“.

Riprende Proudhon: “Nel sistema federativo … l’autorità centrale, promotrice più che esecutrice, non dispone che di una parte assai limitata della pubblica amministrazione, quella che concerne i soli servizi federali; essa è posta sotto il controllo dei federati, padroni assoluti di se stessi, che godono, per quanto rispettivamente li concerne, dell’autorità più completa, legislativa, esecutiva e giudiziaria. Il potere centrale è meglio subordinato in quanto è affidato a un’assemblea formata dai delegati dei federati, membri anch’essi, molto spesso, dei relativi governi, che per questa ragione esercitano sugli atti dell’assemblea federale una sorveglianza tanto più accurata e severa. …

il governo più libero e più morale è quello in cui i poteri sono meglio divisi, l’amministrazione meglio ripartita, l’indipendenza dei gruppi più rispettata, le autorità provinciali, cantonali, municipali meglio servite da quella centrale: in una parola, il governo federativo

Queste tesi, in realtà, non sono esclusive di Proudhon, che ha il merito di averle teorizzate in maniera completa, ma hanno origini ben più antiche, da taluno ricondotte addirittura a San Tommaso d’Aquino. Di sicuro già Kant teorizzò che “l’accordo della politica con la morale è solo possibile in un’unione federativa universale24.

Proudhon, nell’elaborare il suo sistema federativo, pensò anche all’Europa, suggerendo per essa la confederazione di confederazioni. Mentre oggi l’Europa si caratterizza come nuovo potere centrale che sta finendo con il prevalere sulle sovranità dei popoli degli Stati, impoverendone la popolazione e causando squilibri politico-economici giganteschi. Per il filosofo e anarchico francese, “L’Europa stessa sarebbe troppo grande per una confederazione unica: essa potrebbe formare soltanto una confederazione di confederazioni. È in base a questo concetto che, nella mia ultima pubblicazione, indicavo come primo passo da fare nella riforma del diritto pubblico europeo il ristabilimento delle confederazioni italiana, greca, batava, scandinava e danubiana, come preludio alla decentralizzazione dei grandi Stati e, in seguito, al disarmo generale. Ogni nazionalità tornerebbe allora alla libertà e prenderebbe corpo, in tal caso, l’idea di un equilibrio europeo, auspicato da tutti i pubblicisti e gli uomini di Stato, ma irrealizzabile finché sussisteranno grandi potenze unitarie“.

Del punto, anche la dottrina sociale della Chiesa Cattolica ne ha fatto uno dei suoi capisaldi: si legga in proposito l’enciclica Quadragesimo anno di Papa Pio XI che afferma “siccome non è lecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le loro forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere ad una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare. Ne deriverebbe un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine della società poiché l’oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva (subsidium afferre) le membra del corpo sociale, non già distruggerle ed assorbirle“.

Sullo stesso orientamento, Proudhon ha sostenuto che la prima e più importante cellula della società sia quella comunale o municipale, seconda solo alla famiglia: “il comune ha diritto di governarsi da sé, di amministrarsi, di imporsi tasse, di disporre delle sue proprietà, dei suoi proventi, di creare scuole per la sua gioventù, di nominarvi gli insegnanti, di istituire la sua polizia, di avere la sua gendarmeria e la sua guardia civica, di nominare i suoi giudici, di avere i suoi giornali, le sue riunioni, le sue particolari associazioni, i suoi magazzini, il suo mercuriale e la sua banca ecc. Il comune prende delibere, emana ordinanze, che cosa impedisce che esso arrivi a darsi delle leggi? … Non c’è via di mezzo: il comune sarà sovrano o sarà una succursale, o tutto o nulla25“.

La storia del diritto italiano ha già sperimentato, peraltro, il funzionamento delle realtà comunali, ed anzi l’età comunale italiana ha segnato uno dei periodi più fervidi e rigogliosi non solo della cultura giuridica italiana, tanto da essere battezzato col nome di “rinascimento giuridico” e di “palingenesi della civiltà”, ma anche della sua economia perché, grazie alla decentralizzazione, poté finalmente emergere il popolo con tutta la sua vitalità, travolgendo il vecchio sistema feudale e soppiantandolo con un’economia di tipo moderno ed avanzato i cui protagonisti furono artisti, mercanti, industriali, artigiani e professionisti. L’Italia ha nel suo sangue queste vocazioni, già sedimentate in secolari tradizioni, ancor oggi scolpite nel “Made in Italy“, sinonimo di innovazione, qualità e buon gusto.

All’imperialismo dei Romani, Forza del Popolo preferisce l’autonomia dei Comuni, sia per il pieno rilancio economico attraverso la liberazione dell’iniziativa privata, sia per il decentramento amministrativo, che consente un penetrante controllo su chi amministra, data la prossimità dei cittadini alle istituzioni da cui originano le norme. Modificare o far abrogare leggi emesse dal distante governo centrale è molto difficile, se non impossibile. Mentre una legge ingiusta promanante da un sistema locale di tipo federativo, quindi con partecipazione diretta del popolo, verrebbe riformata in tempi record, forse neanche potrebbe venire ad esistere, perché i delegati subirebbero prima, nell’ambito del più ambito dibattito della politica locale, i paletti entro cui svolgere la propria attività amministrativa.

La federazione deve assurgere a principio di rango costituzionale.

Da una parte, resta in vita il governo federale nazionale, munito delle prerogative idonee soltanto a garantire l’unità politica, in modo da mantenere un legame di solidarietà tra le Regioni, la rappresentanza verso l’estero, la politica di difesa nazionale, l’emissione della moneta, pubblica e a credito, la gestione delle emergenze ambientali, la funzione giudiziaria, la scuola, le università, il controllo sui sistemi sanitari regionali, tutti da intendere gratuiti e d’eccellenza.

D’altra parte, le realtà comunali federate in variegati ambiti territoriali e in Regioni devono acquisire tutti i poteri residuali.

Thoreau, palesando una certa vicinanza alle teorie proudhoniane, ha affermato: “Accetto di tutto cuore l’affermazione: il governo migliore è quello che governa meno. E vorrei vederla messa in pratica più rapidamente e sistematicamente. Se attuata, essa porta infine a quest’altra affermazione, alla quale pure credo: il miglior governo è quello che non governa affatto. E quando gli uomini saranno pronti, sarà proprio quello il tipo di governo che avranno“.

Sulla stessa lunghezza d’onda ancora Tolstoj: “gli uomini del nostro tempo, non solo possono fare a meno dei governi, ma anzi per lo più sono impacciati dallo stato che invece di aiutarli, piuttosto li contraria nella effettuazione dei loro progetti“.

Immaginiamo, allora, uno Stato in cui i cittadini si accordino concretamente che le uniche cose ch’essi intendono demandare al Governo Centrale siano la sicurezza, la giustizia, l’istruzione, la sanità e la politica energetica nazionale. Questo Governo Centrale non avrebbe titolo d’occuparsi d’altro se non di queste materie. Andrebbe così a farsi benedire la miriade di organismi (pubblici e parapubblici) che, con i loro costi, finiscono con il gravare le tasche dei cittadini di parassitismo, corruzione e clientelismo, interrompendo per un verso la necessità di un’imposizione fiscale da spavento, in molti casi, di gran lunga superiore al cinquanta per cento di quel reddito, il cui impiego si espone nuovamente a tassazioni e gabelle di ogni genere. Viceversa i cittadini liberi dal giogo del carico fiscale, soprattutto liberi dal debito pubblico e forti di una moneta sovrana, possono avviare ogni genere di iniziativa e di attività, nella libertà di creare occupazione e ricchezza, con emissione ed immissione di moneta secondo politiche monetarie non più a servizio di entità private, come le odierne banche centrali, ma a servizio e nell’interesse del popolo sovrano.

Il filosofo anarchico Camillo Berneri scrisse nel 1922, “Ogni giorno la cronaca ci offre materia a tale critica: milioni sperperati in cattive speculazioni, in lungaggini burocratiche; polveriere che saltano in aria per incuria di uffici «competenti»; ladrocini su larga e piccola scala, ecc. ecc. Quasi tutti possono osservare i danni della cattiva amministrazione: gli sperperi degli incompetenti, il ladrocinio dei farabutti, gli intoppi degli organismi mastodontici. (…) Bisogna ritornare al federalismo!“.

Anche il socialista Carlo Rosselli condivise le tesi federaliste indicando nello Stato “il mostro del mondo moderno che sta divorando la società” (Contro lo Stato, 1934) ed affermando che “la rivoluzione italiana, se non vorrà degenerare in una nuova statolatria, dovrà far risorgere la società, federazione di associazioni quanto più libere e varie possibili“.

Forza del Popolo ha fatto propri questi principi, inserendoli anche nel proprio statuto. Per coerenza, infatti, il movimento Forza del Popolo si struttura come confederazione di federazioni. In particolare, aderisce ad una libera confederazione nazionale di federazioni regionali, che loro volta raccolgono tutte le espressioni territoriali.

Laddove, per illecite resistenze politiche provenienti dal Governo Centrale, si negasse l’Autonomia della Regione Siciliana rispetto alla Repubblica Italiana, Forza del Popolo è pronto ad appoggiare il fronte indipendentista della Sicilia, in omaggio ai principi trattati in questo manifesto e al principio di diritto internazionale di autodeterminazione dei popoli.

15 LO STATO COME BUON PADRE DI FAMIGLIA

La società odierna ha fatto dell’utilitarismo il proprio credo e si è strutturata su un equilibrio di tipo plutocratico, gravitando intorno all’idolo della ricchezza, sempre più immateriale, e a lobbies di varia natura, mettendo in cantina la vera produzione, spina dorsale dell’economia italiana. Ha inteso assecondare, fino a ridursene in schiavitù, l’impostazione culturale del laissez faire idolatrato, con l’affermazione del primato della “finanza” e della devozione al dio-denaro, consentendo ai più ricchi, le cui disponibilità economiche sono state quasi sempre raggiunte attraverso un sistema bancario e creditizio alterato, se non mafioso-criminale, di incidere pesantemente sull’agenda politica dei Governi.

Per comprendere le dinamiche economiche più significative, che tanto danno hanno prodotto alle famiglie e alle imprese italiane, si pensi – a titolo meramente esemplificativo – al passo del romanso di Ignazio Silone “Fontamara”, in cui l’impresario, sapendo anzitempo che sarebbe uscita una legge che avrebbe aumentato il prezzo dei frutti di campo, li comprò tutti dagli ignari ed indigenti contadini ad un prezzo irrisorio prima ancora della loro maturazione, per poi rivenderli agli stessi contadini a prezzi lievitati.

Le speculazioni finanziarie hanno intorbidito l’intero sistema produttivo italiano, alterato e avvelenato la concorrenza e la normale competizione tra i creatori dell’unica vera sana e longeva ricchezza materiale: la piccola e media impresa. Ed ora, venuta meno la piccola e media impresa italiana, il sistema si accartoccia su sé stesso, in un vortice dissennato di autoreferenzialismo e di sistematico sfruttamento del popolo.

Dietro la sua apparente e superba magnificenza, il sistema Italia nasconde la fragilità della creta; come la statua del sogno di Nabucodonosor26: “una statua enorme con la testa d’oro puro, il petto e le braccia d’argento, il ventre e le cosce di bronzo, le gambe di ferro e i piedi di creta. Si staccò dal monte una pietra che andò a battere contro i piedi e li frantumò, ed allora si frantumarono anche il ferro, il bronzo, l’argento e l’oro e divennero come la pula sulle aie d’estate“. Forza del Popolo è quella pietra che si stacca dal monte. Ed è già in movimento…

Quando il presidente degli Stati Uniti d’America, Franklin Delano Roosevelt, si presentò per la prima volta come candidato alla presidenza, manifestò un proposito forse insito di pericoli, ma per quel tempo necessario: “Chiederò al Congresso l’unico strumento per affrontare la crisi. Il potere di agire ad ampio raggio, per dichiarare guerra all’emergenza. Un potere grande come quello che mi verrebbe dato se venissimo invasi da un esercito straniero27.

Un potere pieno, finalizzato – però – a servire il popolo, ad essere una Forza del Popolo, quindi una forza motrice della storia a tutela del popolo, eppure sistema politico non autoritario fondato sulla Forza del Popolo, quindi sulla sovranità popolare. Come per Roosevelt “le carezze non hanno mai trasformato una tigre in un gattone“, allo stesso modo la forza del popolo è necessaria per essere una forza del popolo.

Una vera Forza del Popolo si impegna a “trasformare le spade in aratri“, a combattere la crisi come se si stesse conducendo una guerra contro un nemico invisibile ma mietitore insaziabile, la miseria. Ciò perché la libertà della persona e la democrazia dei Governi derivano, anzitutto, dalla libertà dai bisogni materiali primari di ciascun individuo.

Principio basilare sempre costante in cristiani democratici come Roosevelt e in socialisti democratici come Sandro Pertini.

La vera libertà individuale non può esistere senza sicurezza economica ed indipendenza. La gente affamata e senza lavoro è la pasta di cui sono fatte le dittature“.

Franklin Delano Roosevelt

Battetevi sempre per la libertà, per la pace, per la giustizia sociale. La libertà senza la giustizia sociale non è che una conquista fragile, che si risolve per molti nella libertà di morire di fame“.

Sandro Pertini – discorso di fine anno, 31 dicembre 1983

La sintesi di queste due simmetriche prospettive prende il nome di Socialismo Cristiano, nel cui solco hanno lottato, fino a conseguenze estreme, personalità di ogni colore politico, di ogni credo, di ogni vocazione, sempre accomunate dal protendere verso la liberazione dell’uomo dalla schiavitù, morale e spirituale.

Oggi sembra che quei valori, che tanto hanno accomunato – anche nella sorte del martirio – persone apparentemente molto diverse da loro, si siano smarriti nei rivoli del consumismo, dell’egocentrismo, dell’idolatria.

Eppure, già lo stesso Roosevelt allarmava negli anni ’40 del Novecento che “Coloro che hanno a lungo goduto dei privilegi di cui noi godiamo, col tempo, dimenticano che per conquistarli sono morti degli uomini“. Forza del Popolo si propone come forza disgregatrice del centralismo imperiale, anche in ottica di una globalizzazione dei diritti umani: “Il vero banco di prova per il nostro progresso non è tanto se riusciamo a far crescere l’abbondanza di coloro che già hanno troppo, ma piuttosto consiste nel cercare di fornire abbastanza a coloro che hanno troppo poco” (Roosevelt).

Ecco, allora, che i governanti devono rapportarsi ai governati come il “buon padre di famiglia” che non pone gioghi troppo pesanti sui suoi figlioli. Il liberale Winston Churcill è ancor oggi attuale laddove scrive che “Una nazione che si tassa nella speranza di diventare prospera è come un uomo in piedi in un secchio che cerca di sollevarlo tirandone il manico“.

È evidente che dobbiamo superare l’inconfessabile ma reale concezione posta alla base del sistema tributario italiano che sottrae al cittadino tutto ciò che va oltre il sostentamento, a volte aggredendo pure quello.

Come anche dobbiamo recuperare nel linguaggio politico la parola “felicità”, disumanamente sottratta dalle legislazioni europee. Ciò perché “Lo sviluppo non può andare contro la felicità. Dev’essere a favore della felicità umana, dell’amore sulla terra, delle relazioni umane, dell’avere amici, del non privarsi di queste cose indispensabili“, come in ultimo ricordato all’opinione pubblica mondiale dal morigerato “Pepe”, ex Presidente dell’Uraguay, il socialista José Alberto Mujica Cordano.

Se, infatti, si stabilisce come premessa che ogni essere umano ha il diritto di ricercare la felicità, non può considerarsi legittimo uno stato che sottragga tutto ciò che giudica superfluo, lasciando soltanto il sostentamento ed un alloggio ove dormire, per chi ne ha ancora uno.

Siffatto rapporto con lo Stato è un rapporto di schiavitù, legittimato da una pretesa esigenza (senza dubbio necessaria) di redistribuire la ricchezza, ma nella reale prospettiva di togliere ai poveri per dare ai ricchi in privilegi e prebende, mentre una redistribuzione spontanea avverrebbe lasciando il reddito nella libera disponibilità del lavoratore, che impiegherebbe quelle risorse per i bisogni e i divertimenti propri e della sua famiglia.

16 LAVORO E REDDITO COME QUESTIONE DI DIGNITA’

Il tema della moneta pubblica, emessa dallo Stato nel nome del popolo sovrano e accreditata per ogni cittadino che nasce nella forma del reddito di cittadinanza, è centrale rispetto a qualunque manovra economica, perché eradica immediatamente la povertà assoluta, rilancia i consumi, crea e mantiene occupazione, redistribuisce la ricchezza, sostiene il reddito diffusamente, previene gran parte della delinquenza, interrompe il legame di sudditanza che nutre il clientelismo politico.

La questione lavoro deve riagganciarsi al reddito, quest’ultimo inteso come reale capacità economica, e rimettere in discussione l’organizzazione del lavoro subordinato, a partire dagli orari di lavoro.

Forza del Popolo, sulla scia/utopia di Tommaso Moro, auspica che l’orario di lavoro non debba superare le sei ore giornaliere.

Le retribuzioni vanno ancorate ad un range predefinito, per impedire disequilibri di sistema come quelli in atto, con persone che a parità di fatica sopportano limitazioni degradanti, perché il privilegio di altre sottrae le risorse necessarie per la loro dignitosa sopravvivenza.

Occorre intervenire per ridurre la sperequazione nei trattamenti tra impiego pubblico e impiego privato. Occorre, altresì, introdurre il turnover nel pubblico impiego, quindi l’avvicendamento della forza lavoro addetta alla pubblica funzione, come per il servizio di leva. A lunga scadenza, le nuove assunzioni del dipendente pubblico dovranno essere a scadenza pluriennale, in modo da consentire a quanti più cittadini possibili di partecipare alla vita pubblica, anche nell’effettivo e concreto impiego quotidiano.

Forza del Popolo preferisce come modello di sviluppo economico la cosiddetta Economia di Comunione, il sistema cooperativistico e il terzo settore. Tale modello di sviluppo dovrà imporsi come primo settore di intervento e come modello preferenziale, sia in termini di trattamento fiscale sia di affidamento delle pubbliche commesse.

La rappresentanza sindacale va rifondata perché palesi sono i tradimenti subiti dai lavoratori. Forza del Popolo incentiverà la costituzione di sindacati autonomi, ponendosi a loro con spirito di servizio.

17 APPELLO PER UNA RIVOLUZIONE GENTILE

Il Movimento, per la realizzazione delle sue finalità, chiede aiuto e sostegno ad ogni essere umano che ha a cuore il destino di un’umanità che spera, resiste, lotta, non si arrende. Il Movimento è aperto a tutte le persone di buona volontà che vogliono accendere in Italia il fuoco di una Politica diversa, fondata “davvero” sulla libertà, sull’uguaglianza, sulla verità, sulla giustizia.

L’obiettivo rivoluzionario più alto che ci siamo dati è di trasformare il potere dello Stato in servizio per il cittadino.

La nostra è una rivoluzione gentile, lontana dalla predicazione dell’odio, lontana dalla pratica della violenza.

Non sappiamo se nel breve avremo la forza e la capacità di organizzarci in partito politico o se resteremo soltanto come movimento di ideazione politica.

Sappiamo solo che un giorno saremo maggioranza!

Spezza le catene. Alza la testa. Cammina da uomo libero!

Unisciti a noi.

Palermo, 10 settembre 2016

Avv. Lillo Massimiliano Musso (estensore)                                                                                  

                                                                                

1In particolare dai filosofi Grozio e Althusius, e poco dopo da Locke.

2John Locke – Two Treatises of Government, II, 19, 241.

3Lev Nikolàevič Tolstòj, Il regno di Dio è dentro di voi.

4Georges Sorel, Riflessioni sulla violenza, Cap. VIII La morale dei produttori.

5Non si cancella dalla memoria che nel 2012 la Corte Costituzionale, composta per lo più da magistrati, ha deciso che il blocco degli stipendi e degli scatti di anzianità, disposto dalla Legge 30 luglio 2010, n. 122 nei confronti di tutti i dipendenti pubblici, non si applicasse ai magistrati. Il legame consociativo, che unisce le caste tra loro, ha poi esteso il trattamento ai superburocrati, cioè ai dirigenti pubblici con redditi superiori a novantamila euro annui.

6Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione al Sermig di Torino, 27.10.2015.

7Piercamillo Davigo, presidente della Associazione Nazionale Magistrati.

8L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione – Articolo 1 della Costituzione Italiana.

9Matteo 20,25-27.

10Giovanni 13,12-15.

11Pierre-Joseph Proudhon – Idea generale della Rivoluzione nel XIX secolo.

12“Il termine proletario finisce per diventare sinonimo di oppresso e vi sono oppressi in tutte le classi”.

Georges Sorel, Riflessioni sulla violenza, Cap. VI Lotta di classe e violenza.

13“Il regno di Dio è dentro di voi” di Lev Tolstoj.

14Nel suo ultimo discorso alla Camera Giacomo Matteotti ebbe ad affermare concetti simili: “Non continuate più oltre a tenere la Nazione divisa in padroni e sudditi, poiché questo sistema certamente provoca la licenza e la rivolta. Se invece la libertà è data, ci possono essere errori, eccessi momentanei, ma il popolo italiano, come ogni altro, ha dimostrato di saperseli correggere da sé medesimo“.

15Henry Ward Beecher, Proverbi dal pulpito di Plymouth, 1887.

16J. Mankiewicz

17Blaise Pascal, Pensieri, Ed. Rusconi, 1993, pag. 337.

18Elio Vittorini scrive a Palmiro Togliatti. Dal Politecnico n. 35 gennaio – marzo 1947.

19Gv, 16,8.

20 Società aperta, universo aperto. Roma, Borla, 1984.

21Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares.

22Elio Vittorini, Rivoluzione e attività morale, Il Politecnico n. 38, Novembre 1947.

23P.-J. Proudhon, Du principe fédératif , trad. it. La questione sociale, Veronelli, Milano 1957, pp. 91-103.

24Immanuel Kant, Per la pace perpetua, 1795.

25Proudhon, Sistema delle contraddizioni economiche.

26Daniele, cap. 2, v. 31.

27Franklin Delano Roosevelt – Discorso inaugurale del 4 marzo 1933.