L’euro, metodo di governo neoliberista

Tra i più difficili e disertati compiti del pensiero critico vi è anche la necessità di fare strame delle ideologie: le quali presentano come valido e buono in universale ciò che tale è solo per specifici gruppi dominanti. In altri termini, l’ideologia – ogni ideologia – fa valere un falso universale, che surrettiziamente generalizza il particolare: e, così, induce ad accettarlo anche i gruppi dominati che tutto l’interesse avrebbero a respingerlo, a contrastarlo, a demistificarlo.

È in quest’ottica che propongo di intendere, tra le altre cose, anche la cosiddetta moneta unica europea. Lo dico chiaramente e senza perifrasi edulcoranti: l’euro non è una moneta, come pudicamente si dice in maniera ingenua o ideologica. Non è una moneta “neutra”, dove dipendono dall’uso che se ne fa gli effetti che si ottengono. Tutto il contrario. A una ragione non ideologicamente piegata, appare evidente come l’euro corrisponda a un preciso metodo di governo dei popoli e delle esistenze. È, avrebbe detto Foucault, un’arte per governamentalizzare le esistenze. Un metodo di governo, appunto. Che ideologicamente si nasconde dietro una apparente neutralità naturale. L’euro è il trionfo del capitalismo spoliticizzato e desovranizzato post-1989. Proprio come lo è la famigerata crisi, di cui tutti parlano senza mai coglierne l’essenza: la crisi non è un qualcosa di passeggero e necessitato, ma è un preciso modo di governamentalizzare l’esistenza, di modo che le scelte neoliberali vengano presentate continuamente come necessità sistemiche che non debbono nemmeno essere ponderate politicamente, ma che chiedono di essere subito applicate: pena il morire. Riorganizzare le armi della critica, come le chiamava Marx, è il primo compito per un’intelligenza non arresa alle logiche dell’esistente o non ancora, peggio ancora, venduta agli interessi dell’aristocrazia finanziaria oggi dominante.

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